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sabato 29 settembre 2012

cronache da un WG

Da ormai 6 mesi condivido tetto ed affitto con D., brandeburghese doc. E, al di là di ogni mia più rosea aspettativa, l'inquilino si è dimostrato inesauribile fonte per i miei rimuginamenti pseudoantropologici.
La nostra convivenza è da sempre scandita da ritmi inalterati: ci incrociamo la sera durante la sua pausa sigaretta, sul balcone. Lui scenera sui passanti ed io mi dondolo sul corrimano, discorriamo del tempo infame, degli stracci che non strizzo abbastanza energicamente, osserviamo la composita fauna delgi avventori della birreria sotto casa, così vicini che quasi potremmo accarezzarne le calotte craniche.
Col cambio stagione c'è un nuovo, avvincente dibattito in corso: come evitare che l'autunnal ricambio del mio crine blocchi gli scarichi della vasca. Ci scambiamo i consigli delle reciproche madri, valutiamo i costi dei detersivi appositi, misuriamo la grandezza dei filtri per lo scarico. Certo, rasarmi a zero sarebbe la soluzione migliore, D. si sentirebbe meno solo nell'impetoso avanzare del suo deserto tricologico. Per ora, salomonicament,e ognuno ha comprato un detersivo per gli scarichi, etichetta canta: speciale per gli ingorghi di capelli.
Il meglio, D. lo sfoggia quando è ubriaco. In realtà, questo succede con cadenza almeno bisettimanale, ma la fenomenologia della ciocca non sempre mi dà le stesse soddisfazioni. Spesso si manifesta con una cavalcata porta-bagno-letto che dura meno di 30 secondi totali, con un "buona notte" buttato lì a salvare le apperenze.
Alle volte, tuttavia, i miei pazienti appostamenti sul suo tragitto (ho il favore della posizione: la mia camera sta tra il bagno e la sua) vengono premiati.

Qualche giorno fa, peraltro con un amico in basita diretta Skype, D. è entrato saltellando e sventolando uno stecchino. "Miriam, ho qui il tuo test di gravidanza. Haha, lo chiamerai D., vero, anche se è femmina?" Ci ho messo un po' a capire che quello che mi mostrava come trofeo era, in realtà, uno di quegli stecchini per mescolare il caffè take away, qui particolarmente lunghi per via delle secchiate che si tracannano. Ho provato a convincerlo che il nostro WG sarebbe rimasto a due, ma non c'è stato niente da fare.
Oggi è tornato col solito occhio sinoforme e l'andatura strascicata, sintomo inequivocabile di ciocca socievole, quella che coinvolge anche me. Stavolta sotto il naso mi sventola un biglietto da 20. Paghiamo le bollette in anticipo, e pare che applicando pedissequamente i suoi teutoni consigli, io abbia contribuito all'abbattimento del consumo di energia elettrica.
Subito dopo, si festeggia con un bicchierozzo di vodka pura, che fingo svogliatamente di sorbire mentre lui riesuma degli album di foto, ognuno con data, luogo, ora e non solo.
Eh sì, D. è quanto di più metodico io conosca. Perciò conserva biglietti, scontrini, giocattoli, pupazzi, qualunque cimelio di qualunque età ed occasione. Stasera la pausa sigaretta si preannuncia interminabile, ed io che volevo godermi una serata tra me e il mio nuovo libro.
Si comincia con gli scatti di D. appena nato: minuscole foto in bianco e nero targati DDR, per poi passare in rassegna il primo Lego, il primo giorno di scuola, le vacanze in Bulgaria ("avevo 7 anni ed è stata l'ultima volta che ho preso l'aereo", mi sottolinea, fiero di trascorrere le vacanze solo in patria, ormai), la maglia del Bayern Munchen (nel frattempo veementemente rinnegata).
In vodka, si sa, veritas. Così quando sfoggio uno dei commenti da copione "ah, ma che begli occhi azzurri ha tua sorella", D. si sente in dovere di controbilanciare cotal vezzoso complimento raccontandomi che la sorellona trentenne ha perso 30 kg e poi si è ritoccata quanto era rovinosamente ceduto con laute dosi di silicone. Glisso signorilmente sulla sua caduta di stile, pregando che Morfeo abbia presto il sopravvento su di lui.
Ma oggi è la mia giornata fortunata: oltre che coinquilina risparmiosa, guardandosi le dita dei piedi, D. mi confessa che sono davvero una cara compagna di appartamento. Al netto della mia burrascosa relazione con il fornello elettrico, della mia incomprensibile venerazione per il parmigiano e del mio tuttora titubante accento brandeburghese. E' una dichiarazione, non c'è dubbio.

Così mi sento in dovere di ricambiare, e lodo la sua minuziosità nell'innaffiare ogni pianta con il millilitraggio giusto (ogni pianta ha un'etichetta apposita), l'inarrivabile lungimiranza con cui tiene uno stock di lampadine sempre pronto, il coraggio con cui riesce a cibarsi di spaghetti in lattina. Il mio elogio non può che soffermarsi sulla regola per cui ogni ospite deve portare in omaggio almeno un rotolo di carta igienica per placare la sua fobia di rimanerne senza. (Evito di confessargli che io ne esento i miei, di ospiti, fiduciosa che avere un Kaiser's aperto tutti i giorni fino a mezzanotte dall'altro della strada e un 24h/24 sotto casa possa scongiurare l'apocalittico scenario dell'assenza di rotoli al momento del bisogno).
Il mio sonetto d'amore raggiunge vette encomiastiche quando gli faccio notare che da ubriaco è il miglior aspirapolvere mai brevettato: ha lo strambo vizio di adocchiare le briciole più nascoste, e si ostina a volerle raccogliere tutte.
Le reciproche dichiarazioni volgono al termine quando D. decide che non ha le forze per attendere che io finisca la mia vodka, e magnanimamente se la ingurgita lui.
Io torno a meditare sulla rilevazione shock che mi ha fatto: oggi, al bar, per una scommessa si è bevuto un milkshake con wurstel e cipolla, tiepido.
Mi rassegno. è una battaglia persa in partenza: non potrò mai dargli le soddisfazioni che mi regala lui.
Il giorno dopo, al duro risveglio: sulla lavagnetta dove ci lasciamo messaggi (magnetica: non si deve ricomprare nè carta, nè gesso, nè pennarello): "merda di castoro x3" e un disegno esplicativo.

domenica 22 luglio 2012

Antropologia in corsia

Andar per compere a Berlino continua a stuzzicare la mia sete di antropologia a buon mercato, anzi da supermercato.

E le foto di oggi provengono dalla catena più prestigiosa, quella più cara, che di solito evito: il Kaiser's. Ma è esattamente a 200 mt dalla sedia dove le mie parti nobili riposano or ora, e soprattutto aperto dalle 7.00 alle 24.00 dal lunedì al sabato.

L'altra sera, con sprezzo del pericolo, mi sono addentrata nel reparto piatti pronti, quello che per il mio orgoglio culinario è la feccia, l'inferno, l'hic sunt leones, il monumento alla barbarie che dribblo schifata. Munita di telefono con minifotocamerina, mi ci sono aggirata a lungo, carpendo questi flash a rischio della mia incolumità: un paio di commessi, naturalmente oversize e torvi, mi ha guardato più volte in cagnesco.


Iniziamo con il nome: quasi sempre il girone infernale in questione ha un nome ben preciso:

Il binomio Knorr/Maggi qui sta per sopravvivenza di una vastissima fetta di umanità, interculturale, interclasse, inter qualunque cosa. I due signori in questione sono i numi tutelari del focolare domestico teutone.

Con mio stupore, scopro che Julius Maggi (1846-1912) è di origine italiana: figlio di emigranti lombardi che si trasferirono in Svizzera cominciando con dei mulini, non fu mai allievo modello. Dal padre rilevò, appunto, i mulini e qualche piccola azienda di rivendita verdure. Del 1886 è l' invenzione del magico dado da cucina e delle zuppe in polvere vegetali che però sapevano di carne. Il volpone Maggi aveva fiutato la pista giusta: con l'industrializzazione sempre più capillare, anche le donne diventavano operaie e tempo per spadellare ne avevano sempre meno. A sancirne il successo e il quasi incontestato monopolio fino alla II guerra mondiale, anche le pubblicità curate da un noto drammaturgo e la collaborazione con enti pubblici svizzeri che loadavano la praticità dei prodotti.


Di dadi, qui. ce n'è a perdita d'occhio. Ogni volta io spero di trovarne solo due diverse confezioni, il vegetale e quello di carne. Ed invece no, qui è il regno del dado. un intero scaffale mi propone confezion gigante, confezioni compatte, dadi per ogni scopo: per soffritti, per minestre, per frittate... Il dilemma della scelta (die Qual der Wahl). Inoltre, con intraprendenza di riflesso sviluppata a furia di entusiastiche visioni di Quark, noto all'uso che la consistenza di questi dadi è molto più molle rispetto ai nostrani, il colore più intenso e spesso la forma è esattamente cubica.

Del resto, a casa mia mia mamma è sempre stata una aficionada dei dadi con la signora riccioluta che sorbiva da un cucchiaio, quindi della concorrenza, la Knorr.

Internet mi conforta: almeno questo secondo dio è germanico, prova inconfutabile il nome. Carl Heinrich Theodor Knorr. (1800-1875) Per fortuna il cognome è conciso, adatto ad essere appiccicato su bustine multicolorate e ready to make.
Per lui fu un buon matrimonio a contribuire alla start up aziendale e partì con un sostituto del caffè a base di estratto di cicoria. Poi si allargò e, come Maggi, si buttò sulle farine miste, riuscendo ad ottenerle da piselli, tapioca, lenticchie e fagioli. Fu poi il figlio, peraltro contemporaneo di Maggi, a lanciare l'azienda e trampolino furono, di nuovo, i dadi, venduti anche (e te pareva) a forma di salsicciotto:

Lasciando l'affascinante storia aziendale, mi ritrovo di fronte alle paste pronte, la cui vista risveglia il sopito orgoglio patrio e gratifica il mio autoreferenziale indice di sposabilità per C.C.C. (comprovate capacità culinarie).

Per prima cosa l'occhio scorre sui nomi:

Le migliori, ovviamente, sono le paste con sughi facilissimi, quelli classici con cui anche senza dosi giornaliere di Clerici chiunque saprebbe destreggiarsi. In sacchetti sottovuoto, occupano pochi centrimetri. Li palpeggio con disgusto, dissimulando interesse commerciale sotto lo sguardo in cagnesco delle commesse di passaggio (ahimè il "click" dello scatto è tutto fuorhcè discreto, un paio di signore a passeggio fra le corsie sussulta di sorpresa).


Per i palati più esigenti, però, non mancano ricette più elaborate, così mi tocca eleggere la triade regina:
che con 79 cents permette di gustarsi indimenticabilii lasagne bolognesi, non melgio identificati spaghetti napoletani, e una succulenta carbonara, tutto "fix und frisch" (fresco e veloce).

Ma un altro dei miei favoriti rimane la latta di ravioli, qualcosa che davvero offende le mie pupille e di cui le papille non vogliono sapere.



Spossata dal food-watching, esco per due passi rinfrancanti, almanaccando su cosa mi preparerò per cena.
Mi si para davanti, in forma di furgoncino, un altro monumento alla cacogastronomia:
Qui si propone catering di panini spalmati di burro bio. Sì, il "Butterstulle" altro non è che una fetta di pane ricoperta di burro, su cui poi ognuno inventa le sue variazioni: marmellata, frutta, salumi, uova, verdure. O magari anche tutto insieme.

La sessione di antropologia sul campo è stata ardua: mi consolerò con una pastasciutta zucchine, speck e zafferano.







giovedì 19 luglio 2012

Saggezza popolare

La pioggia qui non è torrenziale: è apocalittica.
Per rinfrancare un po' l'umore provato dai continui, violenti attacchi d'ira di Giove-che-più-pluvio-non-si-può (e che, puntualmente, sono sincronizzati con le mie sortite sulle due ruote), mi dò alla saggezza popolare.

Una cara collega, assistendo all'ennesima sceneggiata del Capo Supremo dell'ufficio, mi ha scritto un messaggio consolatorio: "Miriam, tutto ha una fine, solo il wurstel ne ha 2" ("alles hat ein Ende, nur das Wurst hat zwei").
Come condensare in 9 lemmi una cultura, un popolo, un'essenza. Il solo infinito, per i crucchi, sta nel loro capolavoro culinario, nel salsicciotto come Giano bifronte, come palindromo sollazzo del palato, come simmetrico, sempre uguale a se stesso, rassicurante, sfrigolante maiale in forma modular-tubolare.
Provo a pensare allo stesso modo di dire in forma di spaghetti, eppure sarà la loro natura affusolata, la loro tendenza a deformarsi col calore e ad arricciarsi in forme poco canoniche, ma non mi suona.

Del resto, "la prova per il budino viene quando lo si mangia" ("der Beweis des Puddings ist im Essen"), e forse solo quando mi convertirò all' infinita pragmaticità del Wurstel comprenderò lo spirito teutone.
Sempre restando in ambiti limitrofi al commestibile, mi sembra non faccia una piega che in Germania non siano gli asini a volare, bensì i maiali ("wenn Schweine fliegen").
Così come il fatto che per disentegrare l'amor proprio di un avversario ne si insulti la madre, che qui "succhia maiali" ("deine Mutter säugt Schweine").

Nonostante cerchino in tutti i modi di trovare una regola per essere creativi (ci deve pur essere uno schema per esser fuori dagli schemi, no?), i cari crucchi, che ormai, si sa, ho imparato ad apprezzare, sanno bene che "un' ascia in casa a togliere il carpentiere di torno"("Die Axt im Haus erspart den Zimmermann"): se non vuoi che il disordine, l'improvvisazione e la spontaneità crescano come erbacce nel tuo orticello, conviene avere sempre una batteria di battute e proverbi di scorta come deterrente.


giovedì 17 maggio 2012

Di uomini e salsicce

Oggi è l' Ascensione. E a festa del papà. E la festa degli uomini. Per me, semplicemente, un giorno di ferie. Per i teutoni di cromosoma doppia X, l' occasione per un Herrenpartie: fatta incetta di birre e alcolici vari (Schnapps), si va in gita. Così compaiono camper, bici con rimorchio,vecchi trattori e parchi e pub si popolano di soli ometti. Secondo le statistiche, è uno dei giorni dell'anno dove si registrano più incidenti.

Dal canto mio, mi sono addormentata al ritmo di una laboriosa digestione, essendomi concessa una dose generosa di carbonara. Stamattina, per onorare i padri, l' altra metà del cielo e gli ascesi ho inaugurato la giornata con una fetta di Sachertorte.

Per il resto, me ne faccio un wuster. Eh sì, la scoperta recente è che anzichè un "baffo", qui l' indifferenza genera salsicce. L'uomo barbuto qui non tira. Mi sto immaginando Maurizio Costanzo intabarrato in una camicia Dino Erre che, brandendo un wuster, scandisce "proprio una camicia col wurster".




Buona camicia a tutti.