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lunedì 5 gennaio 2015

Un buon anno in Crucchia


Aggirandomi per la rete, mi sono imbattuta in questo augurio per il 2015 e non ho potuto esimermi da un´ennesima indagine etimologica da poltrona a suon di click.




Null-acht-fünfzehn” o 08/15 è un´espressione che sta per “niente di speciale, piuttosto scialbo”.

Niente cabala, c´entra la MG 08/15, una mitragliatrice di conio crucco; e 8 e 15 altro non sono che gli estremi del suo compleanno: nata nel 1908 e modificata nel 1915, a quanto pare migliorandone l´efficienza,  ma peggiorandone il materiale. Insomma, niente di particolarmente sfavillante. 

Come è noto, poi, l´unitá nazionale si raggiunge spesso anche a colpi di arma da fuoco, e la MG 08/15 è stata la prima a prodursi su scala federale, diventando l´equipaggiamento base per i soldati tedeschi, a differenza delle precedenti forniture diversificate su scala regionale. Da qui la connotazione di qualcosa di uniforme, magari pratico, ma non attento alle esigenze dei singoli.

Se aggiungete che l´arma era quella con cui i soldati tedeschi regolarmente dovevano allenarsi, ecco sviscerato il singolare modo di dire, che rimanda ad un´idea di routine noiosa.

Non resta che augurarsi di scampare a questa combinazione numerica, sperando di esser tutti ben "scivolati" (come da augurio crucco, "Guten Rutsch") nel 2015.E, come si sa, un click tira l´altro, per cui ecco che ci si chiede perché mai i tedeschi vogliano scivolare nell´anno nuovo: niente a che vedere con tonfi dovuti a ghiaccio e neve, ma nemmeno l´etimologia pare vederci troppo chiaro su questa espressione. A voi scegliere se preferite seguire la pista ashkenazita "rosch", che significherebbe"principio, inizio"; oppure lo slittamento (é il caso di dirlo) lessicale da "Reise", viaggio.

Tuttavia, in riferimento al clima di norma poco clemente di fine d´anno, resta il modo di dire "Silvester Wind und warme Sunnen, wirft jede Hofnnung in den Brunnen!", ovvero se a Capodanno c´é bello, con sole e vento, ogni speranza é vana.
 Per chi é espatriato in Länder dove si festeggia l´Epifania, non ci si stupisca se all´improvviso sulle porte di mezza cittá compaiono le lettere C+M+B: stanno per "Christus Mansionem Benedicat" e segnalano che gli abitanti hanno dato un obolo o qualche frutto ai bambini che li raccolgono per beneficenza. Del resto, i magi si chiamavano Caspar, Melchior und Balthasar, e i bambini in processione li ricordano con copricapi e mantelli. 

sabato 13 luglio 2013

A volo d'uccello


Rientrata brevemente sul patrio suolo per un assaggio d’estate, vengo assalita da torme di uccelli à la Hitchock: dai tg la lotta non è fra galli, ma fra “colombe” e “falchi” tra le fila di Berlusconi. Così per combattere l’afa padana, mi concedo un pindarico volo fra ornitologici modi di dire. 

Chissà se, fra una disputa e l’altra, davvero i politici si mangiano fra loro. Del resto i tedeschi ammoniscono che “le cornacchie non si cavano gli occhi a vicenda” ("eine Krähe hackt der Anderen kein Auge aus"). Se la condanna a Berlusconi venisse poi confermata, ci sarebbe da aspettarsi un suo ultimo canto del cigno, che anche a casa Merkel verebbe tradotto letteralmente (Schwanengesang). Silvio  a teutoni microfoni finirebbe, forse, per proclamarsi ambito Pechvogel (sfortunato, bersagliato). Certo per restare fra Berlusconi e pennuti, e non scadere in facili battute da fascia protetta, non si può certo negare che ami fare il galletto, che fra i teutoni se la spassa se sta solo nel cestino, anziché nel pollaio (“Hahn im Korb sein”).



Oltre a barcamenarci tra galletti e pavoni, ci attribuiscono il “far le rondini” ("Schwalbe machen"): secondo i crucchi, quando si tratta di calcio la nostra strategia prediletta è quella delle simulazioni. Altra arte di conio nostrano è l’omertà, che uccellescamente può esprimersi in una politica dello struzzo, che piace così com’è anche oltralpe ("die Vogel-Strauß Politik"). Ahimè sicuramente Berlusconi conosce i suoi polli, quando si tratta di comunicare ed arringare. Quest’abilità in terra teutone assume un che di militaresco, poiché si conosce il proprio “Pappenheimer”, un reggimento omonimo del generale Pappenheim. (“meine Pappenheimer kennen”). 

In entrambe le lingue è ornitologico un sano, forse contadinesco pragmatismo: da noi è meglio un uovo oggi che una gallina domani, per i tedeschi meglio un passero in mano che non un colombo sul tetto (“lieber einen Spatz in der Hand als eine Taube auf dem Dach). Analogo anche il tubare dei piccioncini, che anche in Germania sono Turteltauben

Precursori della libera circolazione dell’era Schengen, i polli ridono e vanno a letto presto incuranti dei confini nazionali (“da lachen die Hűhner” e “mit den Hűhner schlafen gehen”), e loro malgrado le oche sono trasversalmente aralde di dabbenaggine e animali freddolosi (“eine dumme Gans sein” e “Gänsehaut haben”).

 I gufi da noi non portan granchè bene, essendo specifici uccellacci del malaugurio. In Germania sono o nottambuli (Nachteulen) o persone non proprio avvenenti ("wie einen Eulen aussehen"). Se vengono portati ad Atene, i poveri animali (che qui stan per civette) indicano un’azione assolutamente superflua (“Eulen nach Athen tragen”). Le donne che fan le civette, in Germania rischierebbero di esser prese per eccentriche, perché si parla di “komischer Kauz” o anche di “komischer Vogel.

Del resto chi possiede un uccello in  tedesco non rivendica appartenenza di genere, bensì è uno un po’fuori (“einen Vogel haben”). Molti germani (che da noi son reali) si riconosceranno nella categoria del Frűhvogel, il mattiniero, del resto da noi il mattino ha l’oro in bocca, e per i loro solo l’uccello mattiniero si accaparra il verme ("der Frűhvogel fängt den Wurm”). Più rari sopra le Alpi e scovabili solo da occhi di falco sono gli Spaßvögel, i burloni, e al posto di specchietti per allodole bisognerà guardarsi da un più generico “Lockvogel”.

Insomma, a voler darsi all’ornitologia, ce n’è per tutti i gusti in ambedue le lingue. Del resto, tedeschi ed italiani son tutti figli delle cicogne, salvo quando c’è di mezzo l’idraulico o l’elettricista- da noi- o il cucù in Germania, che depone le uova nei nidi altrui (“ein Kuckuckskind”). 



Infine, mi piace pensare che la saggezza teutone sia valida, perché mentre mi accingo a sorbirmi un altro round di telegiornali, mi ripeto che, alle volte, anche le galline cieche trovano il grano (“auch ein blindes Huhn findet mal ein Korn”).

sabato 18 maggio 2013

Andando a naso



Ennesimo, falso occhiolino del sole. E cosí mi ritrovo a rimuginare su una lettura di secoli fa, in cui un romantico tedesco (e chi si ricorda quale?) viaggiando, al solito, per il Belpaese, si lanciava in una  entusiasta descrizione dei nasi delle donne italiche. Non solo era affascinato dai vari nasi aquilini (nobili, come dicono loro, Adlernase), ma da quel centimetro quadrato scarso di pelle morbida fra le narici e la bocca. 


Cosí mi é venuta voglia di ficcare il sunnominato organo qui e lá per i modi di dire, tanto piú che anche qui chi non si fa i fatti suoi „steckt die Nase“. Come mi é consueto, sono andata rigorosamente  a naso, che peró per i crucchi significherebbe trirare dritto (nach der Nase gehen). Quando si tratta di seguire un po´le proprie ugge, qui preferiscono coinvolgere la panza, vanno di Bauchgefühl. E cosí si capisce la sublime potenza dello Sturm und Drang, forse anche effetto di una digestione farraginosa. 

A volte, del resto, anche per imparare una lingua si tratta di aver fiuto, o un gute Nase. Se poi uno il naso ce l´ha im Wind, allora ascolta il polso della situazione e puó perfino precorrere i tempi.
Mettendo il naso avanti, bisogna stare accorti a che qualcuno non ce la faccia proprio sotto il poliedrico ammenicolo, in Germania addirittura al riparo del Nase si puó ballre („herzumtanzen“). Chi non si accorge di qualcosa o non é particolarmente sveglio é semplicemente un „Du, Nase“, appellativo che probabilmente in italiano finirebbe per prendere sfumature un po´meno soft, anche qualora si rimanesse nell´ambito corporeo. 

Perché si sa, quando salta la mosca al naso, noialtri non ci accontentiamo di uno „scheiße“ o di un „alter Schwede“ (vecchio svedese). Anche a costo di uno schifato arricciar di naso degli astanti (die Nase rümpfen). I tedeschi tuttavia, quando proprio ne hanno le tasche piene (non vorrei addentrarmi troppo nel corporale), ne hanno il naso „gestrichen voll“.

Forse proprio perché in media piú nasalmente dotati, noialtri speriamo sempre di vedere piú in la del nostro naso, che in alcuni casi significherebbe avere l´occhio ben lungo. E anche quando sfidiamo le interperie, é il naso che mettiamo per primo fuori casa, in qualche modo araldo di mediterraneitá che spesso ci precede anche senza volerlo. I crucchi, il loro, se lo strofinano quando fanno autocritica, (sich an die eigene Nase fassen), un po´come quando noi ci battiamo il petto.

Se qualcuno avesse da ridire sulle misure nasali ("uns die Nase lang machen", deriderci), é gioco fin troppo facile ricordare che "wie die Nase des Mannes, so sein Johannes". La traduzione quasi letterale- e in rima- la conosco solo nel mio dialetto, ma credo che dalle Alpi a Pantelleria sia regola aurea quella „della L“.

martedì 19 febbraio 2013

Azzurro


L´azzurro è il colore del cielo. L´insegnante di scienze a suo tempo ha provato a spiegarmi che c´entrava qualcosa la rifrazione delle onde elettromagnetiche, ma in questi giorni non posso più crederle. Da quando sono in Germania, il cielo per me è grigio o bianco, passando per tutte le possibili sfumature del lattiginoso, plumbeo, ghisa, smorto, evanescente.  Del resto, in tedesco tendono ad usare sempre e comunque “blau”, anche quando noi useremmo “azzurro”, quella parola dal suono così orientale, esotico, che evoca solo a pronunciarla qualcosa che qui porterà forse solo l´apocalisse climatica cui l´umanità lavora alacremente. 

 
Sarà per questo che quando qualcuno promette la luna, in tedesco promette “il blu del cielo” (“das Blaue vom Himmel herunter versprechen”): sarei pronta a far carte false per ipotecarmi uno sprazzo d´azzurro giornaliero, ma che dico, anche solo settimanale. Oggi durante l´ennesima sortita in bici casa-lavoro, dalle lenti appannate dei miei occhiali non distinguevo la linea fra Terra e cielo, tutto un confuso bianco sporco che ho smesso da tempo di considerare poetico. 

Non che la Bassa Bergamasca sia una bucolica tavolozza di lapislazzulo e smeraldo: il grigio dei capannoni piuttosto che dei fumi di varia natura si accanisce contro l´azzurro, ma quello strenuo, resiste, e alle volte grazia la vista con un limpido squarcio che arriva fino alle Prealpi.
Qui è più bucolico che lì: basta uscire da quasi qualunque città (fatto salva, forse, la zona della Ruhr) per imbattersi in boschi e campagna. Verrebbe voglia di “fare blu”, ovvero bigiare il lavoro o gli impegni (“blau machen”). Così i probi tedeschi, il cui riposo dopo il lavoro è sacro (Feierabend), ogni tanto si concedono un “lunedì blu” (“Blauer Montag”), dimentichi di scadenze e to do list. Certo in questo letargo dei sensi che mi provoca l´inverno, la voglia di scampagnate è ridotta ai minimi termini, e mi sono comprata al mercato turco una bella coperta azzurro sfavillante. 

Del resto, si sa, da una coperta turchese si sa mai che una fata turchina non esaudisca i miei desideri e colori un po´questo cielo bigio: credo sia un desiderio più a buon mercato che non quello di un aitante principe azzurro sul suo bianco destriero. Sarà un caso che qui è un “principe delle favole” (Märchenprinz), cautamente (almeno nella lingua) acromatico?

Percepisco la stessa prudenza quando i tedeschi sono particolarmente euforici, perché non bazzicano il settimo cielo, bensì si limitano a fluttuare sopra le nuvole (“über allen Wolken schweben”), senza avvicinarsi troppo a quelle alte sfere dove risiede, guarda un po’´, il Padre Celeste (tinta che qui, semplicemente, meccanicamente è “himmelblau”).

Insomma l´azzurro è merce rara da queste parti, per cui nessuna sorpresa se la meraviglia si tinge di blu: “sein blaues Wunder erleben”. Più azzurri sono, mi pare, giusto gli occhi degli abitanti, sia come frequenza, sia come intensità, che rimangono tuttavia semplicemente “blau”. Sará per questo che quando la filano liscia, i tedeschi se ne “escono con gli occhi azzurri” (“mit einem blauen Auge davonkommen”)?

Cosa che, calcisticamente, non gli riesce molto proprio contro gli “azzurri”: di noi, lo ammettano seppur a malincuore, hanno una fifa blu. 

Magra consolazione, ma me la faccio bastare mentre scruto verso l´alto in cerca di quelle particelle rifratte in cui non ho piú fede.

lunedì 10 settembre 2012

dall´alcova alla cattedra

E´ domenica, l´ultima di sole secondo le previsioni meteo, che hanno piú l´aria di necrologi, ormai.

Il pacioso U., fratello di B., mi ha mandato in missione alla sua cassetta della posta: lui pensava di andarsene a zonzo per soli 3 giorni, in realtà è in giro da due settimane. Unico corredo: le inseparabili infradito e spero piú di qualche cambio di vestito. In effetti, quando varco la soglia di casa, tutto farebbe pensare ad un ritorno immediato: fette di pane verderame disposte quasi alla Pollicino, una birra non del tutto finita lasciata a sorvegliare il pc ancora accesso, il letto disfatto e provato da usi evidentemente non solo canonici.

Guardo e passo, tutta intenta al mio compito. Butto le varie pubblicità di sushi e (poiché siamo a Friedrichshain) di circoli di ostetricia hippy. Eccola, la posta agognata, con tanto di timbro dell´universitá di Bielefeld. Come da istruzioni telefoniche, apro la busta e ne leggo il contenuto. Bisogna pagare le tasse universitarie. Mentre declamo al pacioso U. (per me è davvero diventato un epiteto quasi omerico) il contenuto, mi incaglio su una parola che mi sembra non c´entrare nulla, un suono alieno.

Leporello”.
L´iscrizione potrá considerarsi definitivamente compiuta al momento della ricezione del leporello, che le invieremo dopo il pagamento delle tasse del semestre”.

Leporello, mi suggerisce l´onnipresente Wikipedia, era il fedele servitore di Don Giovanni, colui che faceva il palo mentre il padrone si dava da fare per tessere la sua fama nell´alcova.  Non solo: il ligio servitore annotava tutte le conquiste del suo instancabile padrone. I numeri non possono competere con la modica cifra richiesta dalle università  tedesche (in questo caso, circa 200 E): 1003 donne in Spagna, 640 in Italia, 231 in Alemagna, 100 in Francia e (solo) 91 in Turchia.

Ed ecco svelato l´arcano. Il buon Leporello, per star dietro ai numeri di Don Giovanni, dovette piegare a fisarmonica la carta su cui prendeva nota. Cosí  nelle università tedesche i “libretti” sono pieghevoli, quelli dove si registrano i voti e le ricevute dei vari pagamenti.

E pensare che mi sarei aspettata qualcosa come “fogliettoripiegatoafisarmonicaperleregistrazioni”, il classico lemma straniero-friendly, che cagiona reazione allergiche la cui sintomatologia oscilla fra il mutismo istantaneo, la balbuzie acuta e lo slogamento (talvolta irreversibile) della lingua. Ed invece, stavolta i mangiacrauti sono andati a prendersi un preziosismo addirittura sulle scene dell´opera, per trascinarlo dalle intimitá dell´alcova alle austere cattedre accademiche.

Come a dire: una vera sentinella linguistica non ha mai requie, nemmeno di domenica. E proprio come Leporello, deve starsene sempre all´erta, perché c´è sempre da prender nota.

mercoledì 5 settembre 2012

Di scartoffie & schiaccianoci



Inoltre, per infauste congiunzioni astrali, lo spirito-guida di questo mese sará: Papierkram. E giá il suono ha un che di cupo (ma trattandosi di tedesco, si sa che l´eufonia è male).

Kram” di per sé significa “ciarpame”, un qualcosa di indefinito e fastidioso, un peso in qualche modo. Eventualmente, una “faccenda” di cui non si vogliono svelare i contorni, insomma un´entitá che aleggia, di cui tutti conoscono l´esistenza, ma che nessuno ha voglia di affrontare concretamente. Tanto è vero che il verbo “kramen” sta per “frugare, rovistare”, insomma metter le mani in qualcosa di disordinato e che si accumula nel tempo.

Et voilá, il mese di settembre per me non sará quello della prevenzione dentale mentre tempro gli incisivi con una mela verdissima, né quello del faticoso rientro fra i banchi di scuola con l´ultima Smemoranda pronta da pasticciare, bensí quello delle “scartoffie”. La burocrazia tedesca forse non è bureaucrazy, come agli anglofoni piace chiamare la nostra, ma mi ricorda un ingranaggio a prova di nervi. I requisiti crucchi minimi di puntualità ed efficienza evitano sinistri esiti kafkiani, ma da quando ho deciso di palesarmi alla Burokratie federale, il mio faldone dei documenti è diventato il mio sancta sanctorum, l´oggetto che custodisco con piú cura e il mio perenne cruccio crucco. Per colpo di fortuna, il mio coinquilino è un burocrate, codice civile alla mano e tomi di leggi federali per rialzare il cuscino quando dorme, cosí ho un minimo di consulenza fra le mura domestiche.

Ho deciso di licenziarmi. Saggia, illuminata decisione coi tempi che corrono. Questo significa che devo renderlo noto all´ufficio di competenza. E qui i primi, amletici dubbi: il primo passo si fa presso l´Agentur für Arbeit o presso il Job Centre? Solo con il loro timbro dell´Agentur posso lanciarmi nelle braccia del Job Centre. Orbene, faldone sacro nello zaino, stamattina alle 7.30 sgambetto (poco giuliva) all´Agentur del mio distretto. In fila con me, per fortuna, il solito mosaico antropologico per sfiziare gli occhi e la mente: grasse signore in tuta d´acetato con l´aria torva e la permanente sfatta, punk assonnati  con 3 dobermann al guinzaglio, giovani e meno con varia gradazione melaninica e variegato taglio oculare.

Arrivato il mio tanto agognato turno, l´impeccabile biondona dietro il bancone mi sottopone alle domande di routine:
“Per cosa è qui?” “Registrazione di disoccupazione” “Studiato?” “sí” “Grado?” “Master” “ah. Non è questo l´ufficio cui deve rivolgersi, allora. Per i laureati di secondo livello c´è l´Agentur di….”.
Splendido. Mi fornisce una mappa, ma tanto l´agenzia in questione è dall´altra parte esatta della cittá, e ancora per 3 settimane sono colletto bianco, quindi mi tocca rimandare a data da destinarsi.
Telefono e mi assicurano che non serve alcun appuntamento. Dunque, giá alla radice gli imparati e i meno imparati sono divisi, si passa al setaccio e mi toccherà inoltrarmi nel Far West sconosciuto. Un altro capitolo del mio Papierkram, qualche nuova pagina per il mio prezioso faldone.

Delusa, ripasso velocemente da casa per smollare il faldone, l´idea di scarrozzarmelo per tutta la giornata e di metterne a repentaglio la sacra inviolabilità mi sconvolge. La burocrazia tedesca è riuscita dove piú di due decadi di indottrinamento materno hanno miseramente fallito: ORDINE (o tentativi di perseguirlo).. Il faldone è suddiviso in pratiche cartellette trasparenti, ognuna etichettata per recuperarne agilmente il contenuto. Ricevute, buste paga, registrazioni all´anagrafe, assicurazione. La mia vita di cittadina italiana espatriata potrebbe essere comodamente letta attraverso le scartoffie, persino i miei movimenti bancari stanno tutti lí, ogni tot la Sparkasse mi invia la stampata di ogni singolo centesimo prelevato o (piú di rado) depositato.


Regolarizzata la mia posizione, poi, dovró pelare la gatta dell´assicurazione sanitaria. O, come ho imparato a dire quii “schiacciare anche le noci piú dure”” (die harte Nüsse knacken).
Sempre di non finire io noce, e "loro" arnese. 

giovedì 23 agosto 2012

Sempre più in alto

E' risaputo, ogni scusa è buona per brindare e fare esercizio di gomiti.
In Germania ne hanno escogitata una che mi sfizia particolarmente, quasi geniale nella sua semplicità: il Bergfest.
Ovvero si beve alla...montagna. Insospettabilmente, anche in tedesco si usano metafore, ed in questo caso la vetta in questione è quella di metà settimana.
Il mercoledì infatti, è ritenuto un giorno da celebrare perchè si è affrontata la parte più ardua della settimana, cioè l'inizio.
Il mercoledì si è giunti in cima, e non resta che prepararsi al dolce pendio che porta dritti al weekend, scivolando coi boccali già pronti in mano .
.

Del resto, qui si fa sul serio, con tutta una serie di Trinksprüche e l'obbligo di guardare negli occhi la persona con cui si brinda (pena: sfortuna a letto) e la passione per le Tischreden, ovvero i discorsi pronunciati alle tavolate (di lavoro, di matrimonio, per un compleanno), meglio se con la lingua sciolta da qualche sorso di troppo.

Trascrivo una terzina che mi è rimasta impressa, riesumata dai personali fumi d'alcool grazie all'infaticabile aiuto di Google (del resto, si sa, l'antropologia è genuina solo se sul campo):

Wo früher meine Leber war, ist heute eine Minibar! (dove un tempo avevo il fegato, ora ho un minibar, realismo verghiano)


Nur ein Schwein trinkt allein (solo un maiale beve da solo, forse retaggio socialista)

Saufsch, stirbsch. Saufsch ed, stirbsch au. Also saufsch (bevi e muori. Se non bevi, muori comunque. Quindi, bevi. Versione sveva e, direi, si merita la palma d'oro).

Giorni da cane

Di rientro dalle lande natie, il caldo tropicale mi ha seguito, con gran sorpresa teutone: per 3 giorni si è avuta estate piena, con temperature sopra i 30 e, addirittura, in qualche zona del Paese si sono sfiorati i 40.
A Berlino, ogni raggio di sole è prezioso: già ai primi, timidissimi scorci di primavera si aprono bar con finte spiaggette, ci si spalma su ogni superficie erbosa, ancor meglio se presso uno dei tanti laghi balneabili alla periferia della città. Pochi berlinesi sono immuni dalla sindrome della lucertola: appena il grigio ghisa del cielo invernale si stempera, pantaloncini, gonne, vestiti irrompono prepotenti nelle vetrine, negli armadi, per strada. Tutti si riversano all'aperto, sfruttando ogni anfratto e facendo tesoro di ogni raggio, la fine del sempiterno inverno si accoglie con un sospiro di sollievo collettivo, spesso con il rito dell'abgrillen, ovvero della prima grigliata dell'anno.
Le 72 ore di caldo anomalo hanno tenuto banco sui giornali, fra consigli e statistiche, e anche nelle conversazioni quotidiane. Tendendo impunemente l'orecchio, come mi piace fare, ho colto spesso frasi che sembravano epitaffi: i tedeschi, selbstverständlich, il caldo lo bramano, ma poi non lo reggono più di tanto.
Così succede che in alcuni uffici e a scuola si decida per l'Hitzefrei, ovvero di starsene tutti a casa per scongiurare la morte per liquefazione. Guardandosi un po' intorno, in effetti, tra facce paonazze e sguardi che vanno dal rassegnato, al bilioso, al disperato, sembra proprio che molti debbano lasciarci le penne.
E sotto questo stessi, inclemente sole sia gli italiani, sia i tedeschi scrutano il cielo e le previsioni in cagnesco: da noi si inveisce contro la canicola, qui analogalmente si spera finiscano presto gli Hundstage (i giorni da cane). Un po' in tutta Europa il riferimento è canino, perchè tra metà luglio e metà agosto Sirio, stella più piccola (caniculus) del Cane Maggiore, è ben visibile nel cielo,.
I giorni da cani, tuttavia (almeno meteorologicamente parlando), sono finiti, e non mi resta che crogiolarmi al tiepido, ma già riluttante sole, come un gatto pigro.