I gatti sceglierebbero Whiskas, e “Martin Lutero alloggerebbe qui”, come pubblicizza il Best Western. Dalla città dove è conservata la maschera funeraria di quel Martino che tanti grattacapi causò all’Europa, ho passato 3 giorni in quella dove, tra un colpetto di chiodo e l’altro, tutto ebbe inizio. Wittenberg è una cittadina di 40.000 abitanti stile parco a tema intorno al buon Lutero, e ad onor del vero si chiama Lutherstadt Wittenberg.
Quanto alla chiesa della discordia, ahimè, non solo non è una gran beltà, ma è tutta ingabbiata in transenne e impalcature. Nei pochi momenti liberi, tentando una digestione ambulante, proviamo a più riprese un’incursione, ma non c’è niente da fare: non ci sarà concesso vedere la tomba della star locale. Tuttavia, seppur la combinazione spatzle con brasato e raffica di presentazioni accademiche un po’ mi annichilisce, non posso che fermarmi qualche secondo davanti al portone, dove le tesi un tempo affisse sono state riprodotte. Per un attimo penso al sogno dell’unità di fede spezzato, rincorso per almeno due secoli a suon di guerre, rivolte, roghi, concili, propaganda, e per quanta umanità quella porta tutto sommato senza pretese è stata fatale. È solo un secondo, la collega cinese mi spiega qualcosa sulla falange del dito di Buddha spostato in un nuovo tempo a Xi’an per poter raddoppiare il biglietto d’ingresso, e torno a crogiolarmi nell’eurocentrica illusione della tolleranza.