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lunedì 5 gennaio 2015

Un buon anno in Crucchia


Aggirandomi per la rete, mi sono imbattuta in questo augurio per il 2015 e non ho potuto esimermi da un´ennesima indagine etimologica da poltrona a suon di click.




Null-acht-fünfzehn” o 08/15 è un´espressione che sta per “niente di speciale, piuttosto scialbo”.

Niente cabala, c´entra la MG 08/15, una mitragliatrice di conio crucco; e 8 e 15 altro non sono che gli estremi del suo compleanno: nata nel 1908 e modificata nel 1915, a quanto pare migliorandone l´efficienza,  ma peggiorandone il materiale. Insomma, niente di particolarmente sfavillante. 

Come è noto, poi, l´unitá nazionale si raggiunge spesso anche a colpi di arma da fuoco, e la MG 08/15 è stata la prima a prodursi su scala federale, diventando l´equipaggiamento base per i soldati tedeschi, a differenza delle precedenti forniture diversificate su scala regionale. Da qui la connotazione di qualcosa di uniforme, magari pratico, ma non attento alle esigenze dei singoli.

Se aggiungete che l´arma era quella con cui i soldati tedeschi regolarmente dovevano allenarsi, ecco sviscerato il singolare modo di dire, che rimanda ad un´idea di routine noiosa.

Non resta che augurarsi di scampare a questa combinazione numerica, sperando di esser tutti ben "scivolati" (come da augurio crucco, "Guten Rutsch") nel 2015.E, come si sa, un click tira l´altro, per cui ecco che ci si chiede perché mai i tedeschi vogliano scivolare nell´anno nuovo: niente a che vedere con tonfi dovuti a ghiaccio e neve, ma nemmeno l´etimologia pare vederci troppo chiaro su questa espressione. A voi scegliere se preferite seguire la pista ashkenazita "rosch", che significherebbe"principio, inizio"; oppure lo slittamento (é il caso di dirlo) lessicale da "Reise", viaggio.

Tuttavia, in riferimento al clima di norma poco clemente di fine d´anno, resta il modo di dire "Silvester Wind und warme Sunnen, wirft jede Hofnnung in den Brunnen!", ovvero se a Capodanno c´é bello, con sole e vento, ogni speranza é vana.
 Per chi é espatriato in Länder dove si festeggia l´Epifania, non ci si stupisca se all´improvviso sulle porte di mezza cittá compaiono le lettere C+M+B: stanno per "Christus Mansionem Benedicat" e segnalano che gli abitanti hanno dato un obolo o qualche frutto ai bambini che li raccolgono per beneficenza. Del resto, i magi si chiamavano Caspar, Melchior und Balthasar, e i bambini in processione li ricordano con copricapi e mantelli. 

venerdì 6 dicembre 2013

Un grasso San Nicóla



Il mio collega barese oggi festeggia San Nicóla, con la O stretta. Come quando io orobicamente pronuncio fóto e móto e tópo, con gran diletto del resto dei lombardofoni. Ma Nikolaus é anche il Babbo Natale di mezza Europa centrale, Germania inclusa. Dopo avermi mostrato la nuova uniforme del Bari calcio, che orgogliosamente sfoggia (infausta assonanza con l´altra provincia) un San Nicola, bello abbronzato come da tradizione, il collega in questione mi ha anche narrato della lotta con i veneziani per la conquista delle preziose reliquie.


Il Nikolaus teutone, invece, é il classico uomo fuori forma e barbuto, che in tutti gli uffici della Repubblica Federale si manifesta sotto forma di cioccolatinii e piccoli presenti, segno inequivocabile del Natale alle porte. Quest´anno la furia (da queste parti mitigata) dell´uragano Xaver ha portato anche qualche spruzzo di neve e la fatale chiusura dei Weihnachtsmärkte.

Anche qui, nella mesta Halle, dalla prima di avvento il mercatino di Natale é il cuore pulsante della vita cittadina, che per qualche settimana ha un´imprevista impennata sociale. Ci si incontra sempre sotto la statua del buon Händel, ma fino al Nuovo Anno lo si fará per mangiarsi mandorle caramellate, salmone affumicato o un panino con fegato e cipolla. Io preferisco assaggiare democraticamente le varie bevande antifreddo, tutte servite in tazze da colazione con renne e fiocchi di neve e relativo Pfand: Glühwein (vin brulé) in mille varianti (rosso, bianco, ai frutti di bosco), grog, punsch, Feuerzangebowle. Ci si appoggia a degli spartani stand in legno, cercando di stringere la tazza fumante con tutte le proprie forze, vista la temperatura e il vento impietoso. 

Ed é allora che le barriere fra quartieri cadono, frantumate dal rito natalizio: ogni anno il pellegrinaggio per accaparrarsi la lanterna a stella, le figurine in legno del presepio, i libri in baratto raccoglie tutti gli hallensi. Non importa che vengano da Haneu, omofona di Hanoi in Vietnam, ovvero Halle-Neustadt, il sinistro quartiere DDR di soli Plattenbauten, o dal Paulusviertel, bolla di Hallensi per caso, venuti da un po´tutto il mondo per i vari centri di ricerca, o che siano- come me- Glachauer-Adliger, i borghesi della zona sud, che si davano arie da nobili ma restavano pur sempre artigiani. Chi capitasse per caso nella cittadina universitaria della Sassonia-Anhalt in questi giorni, avrebbe uno spaccato di buon vicinato, di dialetto dell´Est che si mischia a cinese, spagnolo e russo fra un brindisi (e vai di Puglia) e l´altro.

Ma, appunto, ieri le luminarie occhieggiavano flebili e tristi sulla piazza semideserta, i pentoloni vuoti e i faló spenti, i tram titubanti sotto i colpi di Xaver. Dal canto mio, ho rinforzato le difese immunitarie puntando al solito rotolo di grasso supplementare per l´inverno, sgranocchiando anche qualche Plätzchen, i biscotti che qui, d´obbligo, si impastano in compagnia e ci si regala a vicenda: stelline alla cannella, cornetti alla vaniglia, palline al cocco. 

E stamattina, al risveglio, Nikolaus si era ricordato anche di me, nonosante io resti fedele a Santa Lucia e a Babbo Natale. Mi ha regalato, difatti, la perla linguistica di questo, altrimenti, infausto 2013, l´espressione che meglio connota la mia relazione con il tedesco e, in generale, con le lingue tutte e la comunicazione.

„Ins Fettnäpfchen treten“.


Inciampare nelle ciotole del grasso. La traduzione piú immediata che mi sovviene é, al solito, non esattamente da manuale della Crusca, ma „fare una brutta figura“ non é proprio azzeccato. Ci si riferisce alle ciotole col grasso che si mettevano, un tempo, vicino alla stufa, per pulirsi gli stivali. Oppure, ancora, a quelle dove si raccoglieva il grasso che colava da salumi e salsicce appesi in casa. Un ospite inavveduto ci sarebbe inciampato di sicuro, cosí come chi si lancia parlando lingue non sue e ha una certa predisposizione ad errori imbarazzanti, punta dritto ad una figura di …beh, avete capito, merda.

Adesso che lo so, potró archiviare le mie innumerevoli uscite imbarazzanti in germanicus sotto un´etichetta appropriata. In attesa di arricchirlo di nuovi aneddoti, del resto un po´di grasso unge bene contro il freddo e le avversitá della vita

Vediamo come risponderá la buona, vecchia, cara, orobica Santa Lucia.

domenica 18 agosto 2013

Di riti ed antenati



Dal giorno del mio saluto al suolo patrio, ogni estate coincide con un pellegrinaggio piú o meno lungo nella terra degli avi. Sciacquo compunta i panni al Serio, zompetto bucolicamente per i campi concimati della Bassa Bergamasca, rendo solenne omaggio a Cittá Alta. Ma soprattutto, mi sottopongo alla cura all´ingrasso sotto l´implacabile direzione materna, irrinunciabile rito che sancisce la mia lealtá gastronomica al Belpaese

Ovunque io veleggi (tappe previste: la perfida Albione e la terra degli zoccoli arancioni), nel mio dna é iscritto che le Alpi son le colonne d´Ercole culinarie, non importa quanto succulenti siano i Maultauschen o quanto mi piaccia la cucina viet: e il rientro agostano- come quello natalizio- rinnova questo imprinting a suon di carboidrati, formaggeria varia e salumi.

Il risultato, senza troppi rimorsi, é uno strato di tenero adipe per affrontare l´impietoso inverno della DDR. Quello che mi piacerebbe poter chiamare „Sitzfleisch“, ovvero „carne per sedersi“. Ahimé questo vocabolo ha ben altro significato, perché il carneo strato serve ben piú alti scopi: chi ne é dotato, persevera strenuamente in attivitá noiose o spiacevoli. Insomma, il fondoschiena da noi é simbolo di fortuna, qualcosa che capita senza che lo si meriti o lo si cerchi.  Per i teutoni, invece, indica caparbia determinazione, é un cuscinetto che si costruisce stringendo i denti. E sulle proprie carte ci si resta anche a costo di nutrirsi di soli ravioli in lattina o Studentenfutter, letteralmente il „mangime per studenti“, un pacchetto con un mix di noccioline, frutta secca, uvetta.


Del resto, chi in Germania „ha culo“, in realtá ha „un maiale („Schwein haben“), forse perché cosi´anticamente si chiamava l´asse nelle carte, o forse perché era il premio per chi perdeva ai tornei medievali.  

Come al solito, meditando a tempo perso, insomma „a naso“ (senza tirar dritto, come significa per i crucchi), finisco per arenarmi nelle croci et delizie del Kauderwelsch. Anche questa é una parola non letteralmente traducibile, una di quelle gemme che tocca capire e poi importare cosí com´é, oppure parafrasare. Il Kauderwelsch é un linguaggio ibrido, il creolo di chi mischia svariate lingue e pronunce. „Welsch“ é un antico termine per indicare le lingue romanze, e „kauder“ il desueto per „venditore“. 

A onor del vero, pare siano stati i mercanti nord italiani in giro per l´Europa i pionieri del Kauderwelsch, per cui se continueró a blaterare in formato Google Translate, irriverente ad ogni manuale di dizione, grammatica e lessico, sapró di aver avuto laboriosi antenati, dotati di gran Sitzfleisch.


sabato 13 luglio 2013

A volo d'uccello


Rientrata brevemente sul patrio suolo per un assaggio d’estate, vengo assalita da torme di uccelli à la Hitchock: dai tg la lotta non è fra galli, ma fra “colombe” e “falchi” tra le fila di Berlusconi. Così per combattere l’afa padana, mi concedo un pindarico volo fra ornitologici modi di dire. 

Chissà se, fra una disputa e l’altra, davvero i politici si mangiano fra loro. Del resto i tedeschi ammoniscono che “le cornacchie non si cavano gli occhi a vicenda” ("eine Krähe hackt der Anderen kein Auge aus"). Se la condanna a Berlusconi venisse poi confermata, ci sarebbe da aspettarsi un suo ultimo canto del cigno, che anche a casa Merkel verebbe tradotto letteralmente (Schwanengesang). Silvio  a teutoni microfoni finirebbe, forse, per proclamarsi ambito Pechvogel (sfortunato, bersagliato). Certo per restare fra Berlusconi e pennuti, e non scadere in facili battute da fascia protetta, non si può certo negare che ami fare il galletto, che fra i teutoni se la spassa se sta solo nel cestino, anziché nel pollaio (“Hahn im Korb sein”).



Oltre a barcamenarci tra galletti e pavoni, ci attribuiscono il “far le rondini” ("Schwalbe machen"): secondo i crucchi, quando si tratta di calcio la nostra strategia prediletta è quella delle simulazioni. Altra arte di conio nostrano è l’omertà, che uccellescamente può esprimersi in una politica dello struzzo, che piace così com’è anche oltralpe ("die Vogel-Strauß Politik"). Ahimè sicuramente Berlusconi conosce i suoi polli, quando si tratta di comunicare ed arringare. Quest’abilità in terra teutone assume un che di militaresco, poiché si conosce il proprio “Pappenheimer”, un reggimento omonimo del generale Pappenheim. (“meine Pappenheimer kennen”). 

In entrambe le lingue è ornitologico un sano, forse contadinesco pragmatismo: da noi è meglio un uovo oggi che una gallina domani, per i tedeschi meglio un passero in mano che non un colombo sul tetto (“lieber einen Spatz in der Hand als eine Taube auf dem Dach). Analogo anche il tubare dei piccioncini, che anche in Germania sono Turteltauben

Precursori della libera circolazione dell’era Schengen, i polli ridono e vanno a letto presto incuranti dei confini nazionali (“da lachen die Hűhner” e “mit den Hűhner schlafen gehen”), e loro malgrado le oche sono trasversalmente aralde di dabbenaggine e animali freddolosi (“eine dumme Gans sein” e “Gänsehaut haben”).

 I gufi da noi non portan granchè bene, essendo specifici uccellacci del malaugurio. In Germania sono o nottambuli (Nachteulen) o persone non proprio avvenenti ("wie einen Eulen aussehen"). Se vengono portati ad Atene, i poveri animali (che qui stan per civette) indicano un’azione assolutamente superflua (“Eulen nach Athen tragen”). Le donne che fan le civette, in Germania rischierebbero di esser prese per eccentriche, perché si parla di “komischer Kauz” o anche di “komischer Vogel.

Del resto chi possiede un uccello in  tedesco non rivendica appartenenza di genere, bensì è uno un po’fuori (“einen Vogel haben”). Molti germani (che da noi son reali) si riconosceranno nella categoria del Frűhvogel, il mattiniero, del resto da noi il mattino ha l’oro in bocca, e per i loro solo l’uccello mattiniero si accaparra il verme ("der Frűhvogel fängt den Wurm”). Più rari sopra le Alpi e scovabili solo da occhi di falco sono gli Spaßvögel, i burloni, e al posto di specchietti per allodole bisognerà guardarsi da un più generico “Lockvogel”.

Insomma, a voler darsi all’ornitologia, ce n’è per tutti i gusti in ambedue le lingue. Del resto, tedeschi ed italiani son tutti figli delle cicogne, salvo quando c’è di mezzo l’idraulico o l’elettricista- da noi- o il cucù in Germania, che depone le uova nei nidi altrui (“ein Kuckuckskind”). 



Infine, mi piace pensare che la saggezza teutone sia valida, perché mentre mi accingo a sorbirmi un altro round di telegiornali, mi ripeto che, alle volte, anche le galline cieche trovano il grano (“auch ein blindes Huhn findet mal ein Korn”).

martedì 4 giugno 2013

Prost!


Della Germania piacciono le bionde.  E il consenso più trasversale lo riscuotono quelle in boccale, cosicché si impara subito che una das Bier è neutro, ma non nessariamente i suoi effetti.

Se non ci si fa solo un bicchierino (einen kippen), ma si beve da par teutone (bechern, zechen), alzarsi il giorno dopo può risultare impresa ben ardua. Si è difatti betrunken, o besoffen. E per non scadere in dozzinali ripetizioni, la lingua teutone offre una serie di variazioni a tema. Per chi non osasse troppa creatività, basta aggiungere “stink” o “stock” davanti agli aggettivi base.  I più vezzosi possano optare per il cromatico- “ich bin blau” (sono blu), che pare indicare il colorito che si assume dopo una notte brava. Ancor piú aulico l´aver guardato troppo a fondo nel bicchiere ("zu tief ins Glas schauen). Per chi preferisce sottolineare la pienezza, “voll wie ein Eimer” (pieno come un secchio) o "wie eine Haubitze" (come un obice) oppure i piú enigmatici “rabenvoll” e "sternhagelvoll" (pieno come un corvo e pieno di grandine?). Chi alza il gomito ma non rinuncia allo stile, probabilmente sará “voll bis zum Stehkragen” (pieno fino al colletto).

Tra uno schnapps e l´altro- sempre attenti a guardarsi negli occhi mentre si brinda, altrimenti è come rompere uno specchio da noi, ma la iella è selettiva e si intrufola solo fra le lenzuola - uno poi deve fare i conti coi postumi.

La sbornia (Rausch) lascia in eredità felini frignanti: è una delle origini accreditate per “ich habe einen Kater” (ho un gatto), perché chi ha un cerchio alla testa si lamenterebbe come un felino a pancia vuota o in cerca di compagnia. Un´altra versione fa risalire il “Kater” a  “Katarrh”, termine medico che ad un italiano suona subito chiaro. Pare che gli studenti usassero il male di stagione come scusa per bigiare le lezioni, eventualmente coadiuvati dal clima che permette di accusare reumatismi vari anche in piena estate. 

Il pragmatismo teutone prevede anche un rimedio nella forma del Katerfrühstück, ovvero la colazione del giorno dopo. La strategia è semplice: ingollare cibi il più possibile salati per stimolare la sete- di acqua, stavolta. Ognuno ha la sua ricetta di fiducia, ma la tradizione suggerisce i Rollmops: aringhe marinate per oltre un mese arrotolate attorno a cipolla e cetrioli. Chi volesse compeltare in bellezza non ha che sorseggiare una Konterbier, una birra di contrattacco. 

Prost!