mercoledì 2 gennaio 2013

Capodanno in famiglia


Capodanno quieto quest’anno. Di mezzo c’è un trasloco per il quale ho già ipotecato svariati anni di girone fra gli iracondi a furia di imprecare contro le altre sfere, e che mi ha impedito anche solo di fingere di cercare un’alternativa più vida loca a quella che mi è stata proposta. Ergo, il salto dell’anno (come dicono qui, Rutsch, che sa tanto di onomatopeico apprezzamento dello champagne) l’ho compiuto a Hennstedt, minuscolo paesino che si tiene con le unghie all’ultimo lembo di Teteschia prima dell’altera Danimarca. 

Con  me c’erano tre dei quattro fratelli W. La biodiversità come la melanina è stata parca con loro: sono tutti variazione sul tema. Tratti comuni: comoda fronte spaziosa, occhioni da cerbiatto ma color blu elettrico, labbra morbide senza bisogno di botulino, classico naso nordico minuto e senz’ombra di pretese dantesche. Il nr 1 è il più mingherlino, ma compensa con una tonsura naturale che mette in risalto la fronte; il numero 2 è quello che si è preso più centimetri e, per mia fortuna, riccioli, il nr 3 potrebbe fare da matrioska che contiene gli altri. A completare il bucolico quadretto, i teutoni genitori, cane ottuagenario, gatto in sovrappeso e cervi che ciondolano in giardino, l’ultimo lembo di civiltà prima del bosco e del mare del Nord che mugghia in sottofondo.


In attesa del brindisi d’ordinanza, nr 1 dà un colpo notevole alle mie velleità di angelo del focolare, dimostrandosi formidabile quanto incallito all’uncinetto. Solo blandamente gli improperi che ritmano i fallimenti di nr 3 riescono a rincuorarmi. Mi tocca ripiegare sui natalizi Plätzchen (biscottini speziati e pan di zenzero) per chetare la coscienza. Eventualmente con una sortita sul torrone sardo che ho trafugato dai cesti natalizi del ragionier Franchina, cenno di Mediterraneo in quest’impervia landa nordica. 
Del resto, queste 48h mi sembrano una pacata ode all’incontro tra un ipotetico “nord” ed un ipotetico “sud”, concetti sempre mutevoli e relativi. Così le lenticchie sopravvissute al check in, anziché con la classica polenta le ho trangugiate con gli spätzle fatti in casa secondo ricetta sveva tramandata da generazioni. A suggello della mia iniziazione ai segreti culinari teutoni, mi è stato regalato “Le ricette della nonna” con tanto di titolo in inquietanti caratteri gotici. Per ora è finito in uno dei sacchi del trasloco, insieme ai tanti, soliti, triti buoni propositi per il 2013. Io ho ricambiato traducendo a spanne la ricetta del classico risotto alla milanese, rinunciando per bontà d’animo di stagione a ricordare che i bergamaschi son ben altro che i meneghini. 


La famiglia W. viene da uno dei mille paesini in-ingen sulle colline fuori Stoccarda, famose per il vino e l’accento impossibile per cui tutte le “s” diventano “sc”. Ed è giusto fresca di 2013 la dichiarazione del sindaco di Prenzlauerberg secondo cui gli svevi di Berlino continuano ad essere provinciali e un po’ bigotti, a dispetto del dinamico cosmopolitismo della capitale. Insomma, a Berlino i ricchi campagnoli del Sud non van proprio giù. Per tutta risposta, dai W. a metà pomeriggio ci si sintonizza sulla Sud-West Rundschau per il settimanale appuntamento con “Laible und Frisch”, che racconta di novelli Giulietta e Romeo, lui figlio di un panettiere svevo tradizionale, che impasta Brezeln notte e giorno e trova giusto il tempo di fuggire dalla sua lei, figlia di un imprenditore amburghese che ha aperto in paese una panettiera industriale. Io rido per osmosi, complice una comprensione sollo abbozzata del dialetto pieno di dimunitivi in "-le" anziché in "-chen", con le vocali pronunciate a caso, "net" al posto di "nicht" e gli "ich" che diventano "i" per comodità.

Poco prima dell’ultima cena del 2012, che a proposito di ispirazioni meridionali consta di fondue svizzera, quel pugno di centimetri quadri sulla cartina che dividono dove sono nata io da dove sono nati i W., si concede anche ad una tv nazionale di farci compagnia. Con cordiale pazienza, mi si spiega che non c’è Capodanno senza i 18 minuti in bianco e nero di “Dinner for one”, e ne trovo conferma sulle interviste del giornale di provincia, che fra il salvataggio di una pecorella smarrita (e non è una metafora biblica) e i problemi di obesità di una tartaruga beniamina locale, ha intervistato cittadini a caso circa i loro piani per l’Ultimo (che qui è omonimo del felino di casa, “Silvester”). La commedia inglese risale agli anni ’60, e ruota tutto intorno al 90° compleanno della nobile Sophie, che essendo sopravvissuta ai suoi cari amici, impone al maggiordomo James di bere e brindare continuamente al loro posto, con le ovvie conseguenze del caso. Il motto pare calzare anche con i riti della famiglia W: “Same procedure as every year”.

Sorvolando sugli stappamenti di champagne vari e il tripudio di fuochi d’artificio, che sembrano essere universali, uno dei momenti clou del Capodanno teutone tradizionale è quello dello scioglimento del piombo. Eh sì, perché anche a questi latitudini un po’ di superstizione non guasta, così in mancanza di fondi di caffè si fondono cubetti di piombo con le candele. Si lasciano poi raffreddare in una bacinella riempita d’acqua e le forme suggeriscono quel che sarà nell’anno che incombe. Stando ad internet, la tecnica (“molibdomanzia”) era già dei buoni vecchi greci (e te pareva?), ma ormai sopravvive solo presso gli eredi dei barbari. La signora W. fortunatamente non trova il libercolo che, a mo’ di Smorfia, ci consentirebbe una lettura scientifica del nostro imminente futuro, così per un po’ ognuno intravede nel piombo che si solidifica quel che vuole. 

A mezzanotte, poi, un’altra chicca, stavolta strettamente della Germania del nord: il Rummelpott. I bambini del quartiere bussano di porta in porta battendo su una specie di tamburello che, se confezionato come tradizione comanda, sarebbe di vescica di maiale. Non controllo, piuttosto osservo i bambini incassare la loro quota di dolciumi e andarsene beati mentre canticchiano rime in plattdeutsch, il dialetto locale. 

Varcata la soglia del 2013, sono solo i giochi di società che ci impediscono di cedere a Morfeo, fin troppo alacremente coadiuvato da Schnapps vari. Riscopro l’antico spirito guerriero battendomi a “Stadt, Land, Fluss”, in sostanza il classico giochino da ore buche a scuola, dove si scelgono le categorie e si estrae una lettera. Qui hanno il vantaggio che se si pesca la “O” alla voce “nazioni” oltre all’Oman si può scrivere anche Ősterreich. Dopo aver dibattuto se le Faer Oer sono o meno da considerarsi valide, si passa ad una versione famigliare di “Uno”, con regole sfalsate, e poi ad un altro di carte di cui capisco il meccanismo quando ormai solo io e i 3 W siamo ancora in piedi, provati e con le lingue impastate. 

Il primo gennaio, un pasto a base di crauti, patate e barbabietola mi rammenta (casomai me lo fossi scordata) dove sono, così come il funzionamento (impeccabile) dei treni che mi riportano a quella che, per ancora due giorni, è casa mia. Allo sbiascichio brandeburghese del coinquilino si mescolano gli auguri in francese di N., il ragazzo di nr 4, unica figlia dei W, e al campanello sulla Greifswalder un seminarista mi annuncia un sondaggio fra gli italiani di Berlino, dal titolo "vale ancora la pena credere in Dio?"

Anche il 2013, si spera, sarà all'insegna di un continuo ondeggiare, che sia verso nord, sud, est o ovest, poco importa. 

martedì 18 dicembre 2012

rientro

Da qualche ora in patria, con sosta dal dentista dopo spavento per esser capitata da un collega teutone di scuola, evidentemente, mengeliana.

Ho già ripristinato l'egemonia interna dei carboidrati e inalato una coltre di nebbia misto smog, sbuffato all'applauso collettivo quando l'irlandesissimo accento della RyanAir annunciava l'ennesimo scalo ahead of schedule e schiaffato in lavatrice lo zaino compagno di tante avventure, riesumato il cellulare vodafone e deciso che domani si torna in pellegrinaggio al CSOA dei bei tempi d'oro.

La stessa bandiera sbiadita della Lega mi ha accolto al varco del confine del paesello, e la stessa ridda di bestemmie (ma che da noi son vezzose) bergamasche con accento senegalese mi ha fatto da tappeto rosso.

Ho già consegnato il mio pensierino berlinese ai genitori e constatato l'eterna crescita dell'odiata tartaruga fraterna che cresce sempre e comunque, a dispetto di crisi di governo e di finanza, di cambi di vicini di casa e di fidanzate del proprietario.

Mi vengono in mente solo due cose: una scoperta linguistica e il commiato del mio coinquilino.
Partiamo da D., che da gennaio lascerà un incolmabile vuoto nei miei pigri quesiti pseudoantropologici: ieri sonnecchiavo in tandem con B. guardando un film che è risultato melenso proprio come il titolo.
A metà film, lo Spannung non è della trama ma segnato dall' irruzione inaspettata di D, che mi chiede conto della quinta paperella di gomma in bagno. Professo la mia innocenza, allargo le braccia e gli chiedo se è sicuro che manchi una preziosa bestiola alla sua collezione.
Certo che sì: l'abduzione del penniforme gommoso deve essere avvenuta la notte di sabato, quando un consesso di alticci amici si è radunata da lui per giocare a poker. Come sempre in queste occasioni, trovo sempre ottime scuse per defilarmi e dribblare l'umanità che ciondola per casa.
A riprova del numero originario del bestiario, D. rientra dopo pochi minuti di affanosa quanto infruttosa ricerca: una foto sull'i-phone testimonia che erano proprio 5.
Mi offro di andare in cerca del pennuto perduto, con evidente malumore di B. Niente da fare, D. decide di postare un perentorio quesito su Facebook, sperando di scovare il malfattore. Dopo circa 1h, rispalanca la porta saltellando: un amico l' aveva nascosta in un rotolo di cartigienica. Ora possiamo augurarci buon Natale e io finirò di vedere il film melenso.

Quanto alla perla linguistica,è presto detto: il proprietario del mio nuovo appartamento si chiama Signor Membro. In tedesco, "Glied", per cui il giocone "Jeder Mann ist ein Mitglied". Io, come sempre, mi autoproclamo membro osservatore e auscultatore.

giovedì 13 dicembre 2012

Di ghiaccio, santi e zucchine


Il sabato mattina a Berlino, specie quando è incellophanata da uno strato di ghiaccio, dovrebbe passarsi a letto, a ripetere come mantra i buoni propositi di non toccare più alcool per il resto della settimana.

Invece, capita che l’amico di un conoscente del club di vela di Berlino organizzi un “alternative tour” (su terraferma) e che il freddo diventi la migliore sveglia: i muscoli intorpiditi capiscono al volo che, per non soccombere alla dura legge del termometro, devono portarti alle 10.00 al punto di ritrovo e mantenerti sempre all'erta. 

Alex a occhio e croce ha trent’anni, fotografo freelance che per sbarcare il lunario fa la guida “alternativa”. L’aggettivo, si sa, sta a Berlino come “bel” al nostro Paese: binomi inossidabili che neanche la prova, eventualmente, dei fatti potrebbe mai smentire. Lo scruto scettica dalla fessura tra sciarpa fin sotto il naso e finto colbacco calato sulle orecchie, pensando a quanto promette il sito degli alternative tours “per noi questo non è solo un modo di far soldi, perché quello che vi mostriamo lo respiriamo in prima persona”. 

Ed è proprio così. Il fil rouge che Alex segue fra le neve mentre ci accompagna tra Friedrichshain, Kreuzberg e Neukölln è quello della sua passione per la street art. Mi racconta che per lui il fascino dei graffiti sta proprio nella loro volatilità, che per coglierne la transeunte bellezza uno deve starci attento, amare la città e osservarla sempre con rinnovata curiosità, esserne compartecipe e non semplicemente un pendolare degli spazi in cui si muove. Gli piace l’idea che la street art interagisca con l’ambiente urbano: ci mostra The Astronaut, uno dei graffiti più conosciuti di Berlino. Dal 2007 fluttua su un muro di Kreuzberg, e alla sera regge una bandiera, la cui ombra è proiettata da una concessionaria antistante. 

Molto meno scenografici sono i “6” che un artista 80nne va dipingendo ormai da anni su pietre, pali della luce, volantini rimasti attaccati ai muri. Le autorità ormai lo conoscono, ma lui si limita a sprayare su superfici che non sono né private, né passibili di “danneggiamento”: nemmeno Alex, che riesuma dalla neve un 6 verde fosforescente spruzzato su un cordolo del marciapiede, sa se ci sia un significato sotteso alla cifra.

Il significato della street art è collettivo, per questo mutevole e soggettivo. Mi racconta la storia di Linda: qualche anno fa, un anonimo disperato le lanciava continui messaggi dai muri della città, chiedendole di tornare da lui e che l’avrebbe aspettata in un determinato bar della città. Lo strazio del cuore infranto non ha lasciato indifferenti nemmeno i berlinesi, che con messaggi lasciati in città, ai giornali o alle radio, han preso partito ora affinché la misteriosa Linda concedesse al suo innamorato un’altra chance, ora offrendosi di darle una mano a liberarsi dall’incallito stalker. Infine, pare che l’artista abbia rivelato ai microfoni di una radio berlinese che Linda altro non era che una finzione artistica, un modo per comunicare anonimamente con la città e farla partecipare all’opera d’arte.


E’ quello che fa anche il collettivo Various and Gould, di cui mi colpiscono particolarmente due progetti: Die Identikit Serie e Moderne Heilige. Per il primo, gli artisti hanno assemblato collage con parti del viso di emigranti famosi (da Obama a Zidane), alternandoli a parole ricorrenti nei titoli nei giornali associati a delle nazionalità. Lombroso e forse anche Mendel studierebbero interessati le combinazioni anatomiche risultanti, con intermezzi quali “nazi”, “drogato” e “pagano”. A me, più prosaicamente, frulla in testa un Superuomo composto dai nostri vari bei politici e gli epiteti che il volgo assegnerebbe loro, ma ahimé non ho mai avuto un minimo di senso artistico.

Nella serie sui santi moderni, il collettivo berlinese si è accollato la responsabilità di fornire nuovi, attualissimi santi: c’è Santa Data che protegge i dati informatici, San Spekulatius patrono degli investimenti finanziari e Santa Diversita che sfoggia un apparato sessuale composito su uno sfondo arcobaleno. Chissà che, tra una twittata e l’altra, anche Sua Santità non passi in rassegna i nuovi candidati e decida di aggiornare il pool cui rivolgersi per raccomandazioni rigorosamente spirituali (per quelle terrene la scelta è fin troppo vasta). 

Per chi volesse accendere un cerino a questi moderni santi, basta fare un salto in zona Rosenthaler, dove fra una boutique di lusso e l’altra, si nasconde una rete di Höfe (cortili) dove regnano sovrani i graffiti. Tra gli altri, la celeberrima Little Lucy: bambina che escogita mille modi per liberarsi del suo gatto, diventato l’emblema di uno dei writers più in voga della città e “Just”, che Alex ci indica entusiasta arrampicandosi su un cordolo. Io non ci trovo fascino alcuno, ma la scritta è stata sprayata con un estintore, tecnica pericolosa che combina perizia alchemica per mettere a punto il colore e felina agilità per maneggiare l’aggeggio tra un tetto e l’altro. 

A chi ha la pazienza di addentrarsi in questi cortili, chic solo dopo il crollo del Muro, si rivelano anche altre perle: mi riprometto di passare presto al piccolo museo dedicato ad Otto Weidt, Schindler berlinese fabbricante cieco di pennelli che con mazzette ed espedienti riuscì a salvare svariati ebrei dai campi di sterminio. 

Un ultimo sgambettare tra i ghirigori di neve sporca ci porta a Kreuzberg, quartiere che Alex ama particolarmente, tanto da schierarsi fra le fila della squadra locale nella battaglia a colpi di spazzatura che avviene ogni anno contro Friedrischshain, sull'Oberbaumbrucke. Facciamo un salto all’ex complesso ospedaliero di Bethanien, che dal 1970 è uno dei simboli della Berlino “popolare”, intesa come appropriazione di spazi al servizio dei cittadini. Non mi è chiaro il meccanismo giuridico per cui da un’occupazione “di massa” (Alex sottolinea: “non solo punk e alternativi”) si è passati ad un riconoscimento formale, fatto sta che gli imponenti edifici di metà ‘800 sono oggi adibiti ad (immancabili) atelier d’arte, a scuole di musica e spazi per gli studenti. A due passi c’è anche la “fattoria dei bambini”: un salvifico lembo di campagna nel cuore della città. L’idea è semplice, forse per questo vincente: per bambini nati fra centri commerciali e internet café, avere caprette e pony con cui giocare è una necessità pedagogica basilare. Una bimbetta cerca di convincerci a saltellare sul laghetto ghiacciato insieme a lei e, forse preda di un improvviso moto pascoliano, sto per cedere alla tentazione: solo un sinistro scricchiolio e il ricordo di un (pur patriottico) affondare davanti allo Spilberk mi salvano dal baratro.

Il nostro tour finisce al Prinzessingarten, una urban farm subito fuori Moritzplatz. Qui zucchine e piante aromatiche sono piantate in box e cartoni, pronti ad essere trasportati in ogni angolo della città e a fronteggiare un eventuale sgombero. Chi vuole portarsi a casa qualche ortaggio a km zero non ha che da riscoprire il pollice verde personale e dare una mano all’umanità varia che ci vive.

Appena varcata la soglia, sarà pure effetto placebo, perfino i rumori dell’inteso traffico in direzione Kotti si attutiscono, e bere un succo di mela bio riporta alla mente bucoliche immagini perdute, flash dell'infanzia a ridosso delle Prealpi  orobiche. Mi piacerebbe poter dire che sto pensando alla famosa madeleine della letteratura, ma molto banalmente è il perfido critico culinario di Ratatouille a balenare nei miei pensieri. Oggi il Garten ospita un mercatino di Natale, con ninnoli sudamericani e tibetani venduti da bionde donzelle, coltelli fatti a mano da rasta attempati e crepes originali francesi arrotolate da un afroamericano. In un angolo, in una specie di yurta cittadina, un vecchio che potrebbe essere biblico ammalia grandi e piccini con le sue enormi bolle di sapone. Un amico si cimenta e non riesce più a smettere, ripete che è davvero “krass” e rilassante, al che il canuto sfodera un impensabile biglietto da visita e racconta del valore terapeutico della sua arte (formula del sapone, natürlich, segreta, ma rigorosamente bio): ai funerali spiega ai bambini l’evanescenza della vita disegnando bolle iridescenti nell’aria.


Certo come il “bel” da noi fa (o dovrebbe fare )business, anche tutto ciò che è alternativo a Berlino fa soldi. Del resto, tutti sanno che la città è povera, ma sexy, e la forza della street art e di tutto ciò che è “social” sta anche nelle carte di credito dei turisti che immortalano quelli che a casa loro chiamerebbero scarabocchi vandalici. Alex ci lascia mentre ci avventiamo su un falafel bollente, persuaso tuttavia che il fascino delicato e mutevole di Berlino riuscirà a sopravvivere anche alla piaga delle locuste della gentrificazione: forse ha un’immaginetta di San Gentrifizian nel portafoglio, che riempie grazie alle mance dei turisti che cerca di iniziare alla sua passione per la street art. 

Del resto, che Linda sia o meno in carne ed ossa conta poco, le favole anche quando sono urbane sono fatte per crederci e poter scivolare sui laghetti ghiacciati della fantasia senz’annegare nelle morse della torbida acqua sottostante. 

giovedì 6 dicembre 2012

verità

La Sassonia (insieme alla gemella Turingia) detiene i record nevosi della Repubblica Federale. (tradotto: ho neve che si è infilata sin nel duodeno, e un colbacco di cui vado fiera)

In Sassonia si mangia tanto maiale, di cui si vanta produzione e macellazione propria. (tradotto: ne ho mangiato talmente tanto, che spero di non essere porciforme e venir impaninata)

La Sassonia è ex ddr (tradotto: devo ancora capirne bene tutte le conseguenze, a parte il proliferare di stand mangerecci ungheresi)

In Sassonia si parla l’orrido sächsich, che però non è sexy ed è il dialetto più deriso di Germania (tradotto: presto frullerò anche questo accento ai vari dello stock, sto pensando ad un gemellaggio culturale col bergamasco)

Halle è piccola, si gira tutta a piedi o in bici. (tradotto: ho consumato le suole delle scarpe per andare a vedere i quartieri ex DDR oltre i boschi che la circondano).

Halle è economica (tradotto: ho un appartamento, il primo della mia carriera, a poco).

Halle è provinciale (tradotto: le pizzerie italiane sono molto meno italiane di quelle turche di Berlino e usano cheddar al posto della mozzarella).

I crucchi mandano giù qualunque cosa (tradotto: le vecchine si mangiano panino, fegato e cipolla e per un compleanno domani stavo pensando di proporre joghurt e muesli)

Non tutti i crucchi sono ariani (tradotto: ho un compagno di PHD che sembra il fratello maggiore di Pocahontas, pur professando limpieza de sangre. per fortuna, a salvare i beneamati cliché, c'è un tizio che è due metri in ogni possibile senso di misurazione, con equipaggiamento cromatico consono)

I crucchi sono animali (tradotto: se non ho preso le pulci stando da questo couch surfer, sono a prova di contaminazione)

I crucchi sono animali (tradotto: si danno a perfomance a luci fuchsia spinto senza curarsi degli involontari astanti)

Insonnia e freddo: non riesco a compitare qualcosa di più coeso. Tra un’ora e un quarto ho il Mitfahrgelegenheit, ovvero “l’opportunità di conviaggiare”: per 10 E mi infilo nella macchina di qualcuno che fa la tratta che mi serve. Mi piacerebbe poter dire che mi aspetta un WE rilassante, ma: il ragazzo che mi ospita qui ad Halle sarà mio ospite a Berlino, e su preciso ordine del mio coinquilino, non posso lasciarlo a casa da solo, ergo babysitting in arrivo; devo fare lezione di italiano perché il portafoglio piange lacrime e sangue; metà della gente che conosco ha deciso di nascere tra il 6 e il 10 dicembre; devo trovare un successore per la mia camera, perché il coinquilino millanta di essere alle prese con tentativi di conquiste galanti, ergo di non averne tempo; devo trovare chi mi ospita settimana prossima ad Halle.
E con questo, faccio lo zaino e torno sotto la bufera di neve. Ho passato la settimana ad inseguire tutti gli annunci immobiliari che rientravano nelle mie potenzialità di budget, e ieri ho vinto la singolar tenzone per l'appartamento dei desideri a tavolino: lo sfidante, forse in preda a sacro terrore nei miei confronti, non si è presentato.

venerdì 23 novembre 2012

Auf nach Halle

Cambiare. Pare che sia il motto di quest’ultimo scorcio di 2012, che già proprio monotono e prevedibile non è (per fortuna) stato.

Weekend a Bruxelles per una rimpatriata col mio harem di more: la dieta dei trappisti ha dato i suoi frutti, e al rientro a Berlino ero mezza influenzata. La sera dopo mi sono improvvisata regina dei fornelli, ma ho giocato facile: ero invitata a cena (ma cucinavo io, ‘sti barbarici crucchi) dal più vecchio della nidiata W., potenziale cognato. E, si sa, i rapporti cognatizi si rinsaldano intorno a un bel piatto di casoncelli trafugati in sacchetti di plastica sottovuoto e, per chi è vegetariano, con una parmigiana di melanzane suggerita da Sonia di Giallo Zafferano. Sgattaiolati in cucina i vari crucchi presenti (B. ha 3 fratelli e una sorella) io e l’altro latino presente, il gallico moroso della sorella, ci ritroviamo a porci l’eterno quesito sui codici di socialità teutoni. Alla fine saranno Johnny Halliday (alias “ils veulent se moquer de moi, c’est Johnny quoi!”) e MoDo, italianissimo cantautore di pregio cui si deve « Eins, Zwei, Polizei » a reggere le redini della serata.

Mercoledì, Halle. Non che prima sapessi esattamente posizionarla sulla cartina. Pensavo ad una gita a spese del Max Planck Institut, cui per un suggerimento dell’ultimo minuto avevo inviato la candidatura per un dottorato di ricerca in storia. Senza motivazione, era il modo per rompere il ghiaccio. Munita di rotolo di cartacucina per le rinoemergenze, mi infilo in treno e via, alla volta della Sassonia Anhalt, ex DDR. Appena fuori Berlino, boschi e fiumiciattoli, interrotti solo dai solerti annunci del capotreno che scandisce le fermate e informa sui tempi di percorrenza.
Questa è "Halle", anche se Google come primo risultato dà l'attrice Halle Berry

Giunta ad Halle, dal dépliant che sgraffigno in stazione, apprendo che qui c’è la più antica fabbrica di cioccolato in Europa, e un’ora dopo inzaino gaudente uno stock di praline locali dai gusti più impensabili: limoncello, birra nera, scorze d’arancia e marzapane.
Zompetto per il centro: carino con le sue guglie e i viottoli. Tralascio di inseguire la maschera funeraria di Lutero, anche se fin da metà tragitto del treno, i nomi delle fermate mi ricordano che sono in pieno feudo luterano. Ho poco tempo per fare la turista: cerco di capire dove sta il Max Planck e di trovare il tram corrispondente. Purtroppo non è quello il cui capolinea recita “Frohe Zukunft” (futuro felice), bensì un più sinistramente padanofono “Trotha”, ma spero non sia di cattivo auspicio. Che poi, cosa mi aspetto? Forse è il mite vecchietto che mi ha indicato la strada ad avermi fuorviato, dicendomi che "incrocerà le dita per me".

10 minuti a piedi e sono davanti all’edificio che mi attende. Niente grandiosità, potrebbe essere la villa dell’impresario di pompe funebri del mio paese, solo senza pacchiane statue pseudogreche, ma con maschere africane alle pareti. E sì, perché questo è l’istituto per la ricerca storica ed etnologica. Una puntuale segretaria mi fa subito compilare il modulo per il rimborso delle spese di viaggio e fotocopia tutti i biglietti dei mezzi che ho usato, poi una minuscola mezzo tedesca mi preleva e mi porta nella sala dove avverrà il mio colloquio.

Nei pochi minuti che mi lasciano per togliere la felpa a righe smunta e infilare una giacca finto profescional, scorgo solo titoli in ungherese e polacco attorno a me: scoprirò poi, quando uno dei professori mi si rivolgerà in polacco (chiedendomi perché diamine l’ho studiato), che molti qui dentro si occupano di storia dei vicini di casa orientali.

Dunque, intorno a me sui divanetti stanno la nanetta, il professor P. che parla inglese con inconfutabile accento teutonico, il professor M. (lo stesso cognome dello joghurt che commette atti impuri con il sapore) che sfodera un impeccabile italiano, e il prof. H., gallese che potrebbe benissimo essere zio di uno degli Hobbit del Signore degli Anelli. (E gallese, in tedesco, è omofono di "valigia" in bergamasco, come credo in qualunque dialetto a nord del Po).

Non avevo capito nulla. Il colloquio è serio, molto serio. Mi ritrovo, dopo un anno e mezzo dal mio congedo dall’Unimi, a riesumare la suprema, immortale arte del rigirare la frittata: mi si pongono domande circostanziate, molto pertinenti. Questi il progetto di ricerca l’hanno letto eccome, il prof. P. ha tutta una serie di note e sottolineature a lato e non riesco a decifrarne l’espressione da dietro gli occhiali perfettamente tondi e con montatura di moda probabilmente nel primo dopoguerra.

Finito il colloquio, mi chiedono di attendere e si ritirano per confabulare. Mi dicono che vorrebbero decidere subito. Passeggio avanti e indietro compitando impossibili titoli ungheresi e cercando di rispolverare il mio misero polacco. Tasteggio un sms sul cellulare, tampono le solite rinoemergenze e spero che la febbre che mi sento addosso non sia solo da termometro al mercurio.

Le ufficializziamo che, se accetta, da settimana prossima è dottoranda al Max Planck Institut e alla Luther Universität di Wittenberg”. Eccolo, Lutero che torna. Mi toccherà andare in pellegrinaggio alla porta dove affisse quelle tesi che cambiarono l’Europa.


Cambiare, appunto. La sera, in stazione, sono talmente confusa che oso mangiare la prima Kartoffelsalat della mia carriera, e riesco perfino a trovarla buona. Il giorno dopo, nella mail, mi attende un contratto. Quello stesso contratto, ora, giace sulla mia scrivania. Non ancora firmato. Davanti a me c’è anche la lavagnetta con ancora scritto il terribile quesito del coinquilino “dov’è il rotolo che avevo appena messo in cucina?”. Temo dovrò fornirgli prova dell’infausto uso che ne ho fatto. Ma sono talmente di buonumore, che gliene compro una confezione-scorta.

Per settimana prossima- sia lodato il Couch Surfing- ho trovato un ragazzo che mi ospita sul suo divano. Ho già fissato un paio di appuntamenti per vedere di trovar casa: per fortuna la pazza impennata dei prezzi che ha piagato Berlino non sembra aver ancora raggiunto la pur vicina Halle. Con 280 E dovrei potermi permettere addirittura un monolocale (spese comprese) e per la prima volta, chissà, dire “casa mia”. Farò la pendolare fino a Natale, poi dovrei riuscire con un solo viaggio in macchina a portare le mie quattro cose “là”, se avrò un “là” dove stare.

Intanto ho dovuto: direi byebye al lavoro part-time per il quale mi avevano “assunto” il giorno prima, richiedere il rimborso del corso di russo a cui mi ero iscritta per gennaio e rifissare tutte le lezioni di italiano per il weekend. Ma non ho ancora firmato. Wie lustig. Non credo troverò una valida scusa per non apporre il mio autografo sotto le 4 pagine teutonofone. Ma in qualche modo, il mio cervello si trastulla illudendosi di riflettere. Del resto, il reparto segherie mentali è l'unico che non ha subito crisi e flessioni.

Ho appena chiamato Cathrine, un’emerita sconosciuta che cerca compagni di viaggio per lunedì. Ovviamente, i treni crucchi sono una fucilata economica. Il bus per 35 E farebbe avanti e indietro, ma infilandomi in macchina con qualcuno faccio lo stesso tragitto Berlino-Halle-Berlino per 20E. E, se mi va di lusso, chi guida e chi viaggia con me è pure studente ad Halle. Studia lì anche D., il couch surfer presso cui fisserò il mio sacco a pelo per settimana prossima. Anche N., che sempre tramite Couch Surfing mi sta girando gli annunci della bacheca universitaria (di Halle, cui io comunque non potrei accedere, anche se mi attivassero seduta stante un account). Non ci si aspetta che possa essere attiva da subito, ma in qualche modo "lo si auspica". Ma la mancia non la danno, così meglio cominciare subito e provare a vedere se mi ricordo come è fatto un libro.

Il Mitfahrgelegenheit, così come la Kartoffelsalata, sono un inedito per me. Ma, in qualche modo, sento che potrebbe tutto andare liscio.
O, come si canticchiava io e il gallico per istigare alla socialità (anche solo per reazione) i commensali, gut gut super gut, alles super gut. Sperar non nuoce, specie in questo clima già pre-natalizio.
Chissà che il prossimo post lo digiti dalle rive del fiume Saale (perchè di Halle ce ne sono svariate in giro per la Germania, l'Europa e perfino il mondo).
Gut, gut, super gut, alles super gut.

mercoledì 14 novembre 2012

DAF: Deutsch als...?

Dopo 1 anno e mezzo si torna fra i banchi per un esame: non è facile dopo un anno di colletto (o collare di forza?) bianco, e la tensione mi consuma. Devo sottopormi al test DAF, il test che certifica una conoscenza della lingua tedesca adeguata all’ambiente accademico.

Al solito: si ascolta, si legge, si scrive e si parla. Come da prassi, in aula solo penna, documento d’identità e una bottiglietta d’acqua, uno sguardo all’orologio e via. Io mi sono portata anche una dose cospicua di pocket coffee, a fine giornata almeno potrò dire che la tachicardia è solo dovuta ad eccesso di caffeina e non al mancato aplomb in sede d’esame. Come me, altre migliaia di persone intorno al mondo stanno facendo lo stesso test, nelle stesse ore, al netto del fuso orario: il DAF è la chiave per poter studiare in Germania, dove le tasse universitarie sono molto basse o, addirittura, inesistenti.
Ma, come ogni assembramento di esseri umani, anche questa splendida mattinata di ghiaccio e sole mi permette di esercitare gli occhi in un po’ di human watching spicciolo, sguazzando negli stereotipi e nei luoghi comuni che mi piacciono tanto.
Il mio numero d’iscrizione mi assegna ad un’aula dove noto solo occhi a mandarla: vicino a me scorgo un P.Lee che il passaporto mi suggerisce essere coreano. La lista include cinesi, giapponesi, thailandesi. A salvare l’onore dei caucasici, quando ormai stavo per perdere ogni speranza, si palesa un ingombrante danese, ovviamente di cognome fa Larsen.  Ogni volta che alzo la testa dai fogli per sgranchire i pensieri, l’unico altro capo che incontro sulla mia linea di vista è la sua, che sovrasta l’esercito di calotte craniche nere e che non si ergono sopra il metro e sessanta.
Dalla schiera degli asiatici (non riesco proprio a distinguerli, potrebbero avere dai 15 ai 42 anni) fa capolino una certa T. Pan che, infrangendo le regole, necessita dei servizi dopo l’inizio della prova. L’esaminatrice bavarese tentenna: telefona ad una collega che scorterà la debole vescica in bagno. Il mio compagno di melanina freme nella sua hipsteritudine: “Scusi, non è problema nostro se lei non ha pensato prima ad andare in bagno”. Solo il giuramento di una protocollazione del fattaccio cheta lo scandinavo sdegno, e la prova prosegue, fra sospiri e fruscii di fogli.
Ogni tanto, in mancanza di ispirazione personale, mi verrebbe da sbirciare quanto scrive  P.Lee, ma è talmente raggomitolato sul banco, scrive talmente minuscolo, che sarebbe solo fatica sprecata. Dietro di me, una thailandese il cui cognome occupa due righe si è tolta le scarpe, lo capisco dopo un certo obnubilamento mentale, che combatto a suon di pocket coffee perché le finestre non si possono aprire. Quando mi incaglio su un ostacolo grammaticale troppo ostico, indugio sull’unica distrazione visiva che mi è concessa: un’enorme cartina della Repubblica Federale, che troneggia su tre quarti della parete. Nel mio campo visivo c’è, guarda caso, il Baden Wurttemberg e così il mio screen saver mentale sono Memmingen, Reutlingen, Tubingen e tutta la ridda di città e paesucci che così finiscono.
ngen, ‘ngen, ‘ngen è il nuovo zen.
A metà esame abbiamo 3 quarti d’ora d’aria, se così si possono chiamare. Possiamo pascolare tra le aule, il corridoio e i bagni, guai a chi armeggia con cellulari, per non parlare di voler uscire dall’edificio. Il buon Larsen si avvinghia alla macchinetta del caffè e ne prosciuga qualunque bevanda disponibile (calcolando che: latte macchiato, cappuccino, cioccolata cremosa e milchkaffee sono tutte la stessa, zuccherosa brodaglia). Con buona pace mia, noto che il deflusso dalle altre aule conforta la proporzione demografica ormai imperante: oltre ai soliti asiatici, ci sono indiani e nordafricani. O forse è solo perché, iscrivendomi all’ultimo minuto, l’unico posto disponibile trovato era al Eurasian Institute?
In effetti, alle pareti campeggiano festose foto di scambi culturali algerino-tedeschi, sino-turchi e tutte le possibili varianti intermedie. La AOK (assicurazione sanitaria) ha tappezzato le pareti con cartelloni ammiccanti in arabo (credo) e cinese (credo) con tariffe scontate per gli studenti. I dirimpettai di piano sono l’associazione turca di Berlino, e lasciando ‘ngen per riposare lo sguardo alla finestra, è al canale di Kreuzberg cui rivolgo i miei sospiri di esaminanda.
Nonostante siano solo le 11.00, qualcuno ingurgita profusioni di panini, e c’è chi  osa, addirittura, ingollarsi una lunch box raccattata a qualche untuoso take away. In un angolo ritrovo qualcuno di caucasico: Svetlana sta parlando fitto con Ekaterina, e addirittura poco dopo sento una litania contro l’esame in spagnolo, ma con chiaro accento brasiliano. Mi conforta constatare che non tutti i carioca sfoggiano fisici da Copacabana. Più in là, una minuscola asiatica (mi sbilancerei: thailandese) cerca di impietosire l’inflessibile esaminatrice a lasciarle tempo per trascrivere le risposte sul formulario apposito.
Risoluta a non violare la dieta di soli pocket coffee, butto un occhio in aula: i vari Lee, Pan, Chin sono tutti ancora in classe. Quella senza scarpe dorme, evidentemente a comando, e quasi sembra non respiri. Il mio vicino ha chiuso gli occhi, ma è ritto come un fuso: sospetto che abbia un chip impiantato nelle palpebre e che ora stia ripassando la declinazione degli aggettivi mentre finge un pisolino di riflessione.
Ma il vero momento di breakdown arriva quando siamo tutti a tu per tu con un computer e incuffiati e dobbiamo sostenere l’orale: a tutti sono propinate le stesse domande, e tutti contemporaneamente diamo il nostro meglio. Significa che, ogni volta che ho finito e attendo il beep finale, in sottofondo ho una ridda di blablabla cruccofoni senza R, fatto salvo il solito danese. Sembra un po’ di stare dentro un macchinario per la TAC, bombardati da suoni indistinti e con lo stesso nervosismo. Anche perchè, solo in un esame di crucco poteva esserci come prova (anzi, ben due prove), quella di descrivere un grafico e le sue variazioni.
Alla fine, quando l’esaminatrice pronuncia la fatidica parola “fine”, si sciolgono i ranghi. Anche il mio vicino coreano acquisisce sembianze umane, mentre si ingiacca e si indirizza verso la metro: avrò spento il microchip oculare.
Prima di tornare alle faccende quotidiane, mi sembra d’obbligo tributare omaggio all’eurasiatismo del quartiere, e mi lascio andare alla deriva al mercato turco di Maybachufer dove, probabilmente, nessuno sa cosa sia il test DAF, ma pomodori e arance hanno sapore di casa, così come il baffo che in loop urla “Ein Kilo, ein Euro schöne Dame, ein kilo, ein Euro” e la signora che nel suo trabiccolo impasta torte salate.
Tornando a casa con variopinti sacchetti di spezie, verdure e un pane arabo, dimentico i dolori dell'esame, almeno fino al momento della verità: tra 6 settimane, insieme a tutti gli altri esaminandi del globo di questa tornata, avrò il riscontro.

venerdì 2 novembre 2012

un post del cazzo


Il mio studente L. è violista all’opera: conosce a memoria “Le nozze di Figaro” e, quando arranco sulle scale per andare a lezione da lui, con ancora evidenti i segni del mio flirt toccata e fuga con Morfeo, mi accoglie con “ero ansioso di vederti” e poi infila qualche rima forbita. Poco dopo, però, gli spiego che “augello” è il prosaico “uccello”, e scopro che in romeno (la sua lingua madre), si traduce con “passera”. Al che urge una nota ornitologica e un excursus fra passere e uccelli. Il che mi porta, inesorabilmente, a ricordarmi che avevo promesso all’altra metà del cielo un post ad hoc, dopo la disputatio ficae.
E per non sottrarmi alla par condicio, provo a cimentarmici (volevo proprio usare questa parola cacofonica, oh sì).
Dunque, cosa sia il “cazzo” è abbastanza risaputo. Prima o poi, tutti gli studenti germanofoni cadono sull’uccello (riposa in pace, Mike), cercando di tradurre “Katze” (gatto, che suona “cazze”). Ormai reagisco con aplomb british e correggo in automatico, senza colpo ferire, la distinta 50nne di turno che mi compita tutta concentrata “io amo i catzi e ho un catzo a casa”.
Al solito, sono le mille accezioni accessorie a sfuggire anche agli studenti più diligenti, ed è solo per probo senso del dovere, quindi, che sciacquo i panni non nell’augusto Arno, bensì li inzacchero nelle profane pozzanghere della lingua parlata. Chi mi conosce, ben sa che mai e poi mai mi macchierei di turpiloquio, no?
Innanzitutto, il “cazzo” è espressione quasi complementare a “figa”, che a suo tempo avevo tradotto con il polivalente (ma molto meno saporoso) “krass” teutone. Per cui, ci si avvale dell’ammennicolo maschile per una gamma di reazioni che vanno dalla sorpresa (“C! non ci posso credere, Berlusconi è davvero tornato in politica!”) alla scocciatura (“ma no, c., il treno è di nuovo in ritardo”). La scelta fra l’una o l’altro delle gonadi è assolutamente personale, forse regionale. Dalle mie parti è molto più in voga lei di lui, ma basta spostarsi di 50 km, e nel capoluogo meneghino ci si imbatte quasi solo in “minchie” importate dalla Sicilia, che han finito  per fare come i conigli in Australia ed avere il monopolio dell’esclamazioni locali.
Tuttavia, il “c.” non indica, come logica potrebbe suggerire, un bel ragazzo, così come “f” indica una bella ragazza. Per gli uomini la sineddoche non vale, e si ricorre ad un più impensabile “figo”.
Ma anche l’organo maschile è abbastanza versatile, ad esempio in coppia con “volere” e “dire” e accompagnato dal gesto che ci connota un po’ in tutto il mondo (vedi sotto ), è una classica espressione che non si può esattamente tradurre con “Was   für einen Schwanz willst /redest Du”.

Quando si aggettiva, il “c.” oscilla fra qualcosa di positivo (“cazzuto” è qualcuno, pensa un po’, “con le palle”, intrepido e sicuro di sé) e, al contrario, qualcosa di scadente (tutto ciò che è “del cazzo” non ha alcuna afferenza pubica, bensì è semplicemente fastidioso, inutile, imbarazzante. Possono esserci “situazioni del c”, ad esempio). I più fini linguisti, poi, scomodano i “controcazzi” per designare qualcosa o qualcuno di veramente superlativo, per cui il semplice organo risulterebbe troppo dozzinale.
Non mi diletto di psicosomatologia, ma parrebbe che alle nostre latitudini, l’organo sia coinvolto nel pathos, visto che ci si “incazza” (arrabbia), ma anche ci si “scazza”, ovvero ci si annoia o irrita. Chi è “scazzato” non è necessariamente un eunuco (come suggerirebbe la S “privativa”), semplicemente esprime in maniera un po’ meno dandy il male di vivere che altre, più auliche voci, definivano come “spleen”. Probabilmente, lo scazzato in questione sarà poco socievole e auspicherà che chi gli sta intorno si faccia un po’ “i c. suoi”, ovvero badi alle proprie faccende, senza interferire nella sua sfera privata che, si sa, metaforicamente coincide con lo spazio occupato dai gioielli di famiglia.
L’intruso di turno potrebbe subire un bel “cazziatone”, ovvero una ramanzina dai toni piuttosto accesi. E lì, potrebbero davvero essere cazzi. Ora, si noti la bellezza intrinseca del semplice enunciato minimo di scolastica memoria “sono cazzi”. Potrebbe sembrare una semplice frase da manuale di lingua per principianti, ed invece serve un fine conoscitore dell’italica cultura per sviscerarne il recondito significato: quando si intravedono gonadi maschili all’orizzonte, non sono i California Dream Men in libera uscita, piuttosto guai in arrivo.
Se poi tali organi sono pure “amari”, allora altro che il gaio motivetto di Pupo: c’è da correre presto ai ripari. (Forse L. apprezzerebbe questa rima così naive). Del resto, con la semplice particella "non", mi vien da aggiungere che "non ci sono cazzi"(o, essendo a Berlino, ce ne sono parecchi, ma tendenzialmente apprezzano i loro simili): certe espressioni sono proprio intraducibili, specie per i corretti tedeschi.
Direi che la mia quota giornaliera di cazzeggio si è esaurita, dopo aver vergato cotali sublimi righe. Non mi resta che tornare ai cazzi e mazzi quotidiani, fiera di aver contribuito alla promozione dell’idioma patrio, seppur sempre così, un po’ alla cazzo (speriamo, almeno, non proprio “di cane”, visto che tutto ciò che è canino tende ad essere dispregiativo. Del resto, se qualcuno mi rimproverasse di trattare temi troppo raffinati, risponderei che solo "col c." mi darei a qualcosa di più volgarmente ludico).