martedì 29 gennaio 2013

Sir Pilade, acque mirabolanti e prestazioni sociali



A queste latitudini, è risaputo, la socialità è spesso proporzionale al rischio di coma etilico. Così dopo il seminario del lunedì, si finisce sempre in un manipolo più o meno ristretto ad uno dei (pochi) pub che Halle offre. E il potere di collante della birra si rivela in tutta la sua forza: transgenerazionale, transdisciplinare, translinguistico.

Ieri al tavolone sedeva un attempato professore giunto da Lipsia che ha sventolato per tutto il tempo, tra un trangugiamento di crauti e l´altro, una lista di toponimi ungheresi, polacchi e cechi per dimostrare come a tali nomi corrispondano determinati sistemi economici. Di fronte a lui, Sir Pilade. Ho provato tutta sera ad immaginarmelo corrispondere al suo triplice e vero nome, H.G.S., ma niente. Avrei voluto versargli del vino sui baffi per vedere se reagiva come il personaggio de “La Spada nella Roccia”, ma mi sono limitata ad ascoltare quanto aveva da dire sulle sparate berlusconiane di ultimo conio.

Poi c´era il triumvirato slavo, con rappresentanti dalla Russia, dalla Bulgaria e dalla Slovacchia, una punta di Estremo Oriente e la nutrita compagine teutone, ognuna tuttavia fiera portatrice di un campanilismo più o meno belligerante. Il grande H. ha buttato sul tavolo lo spinoso problema della discriminazione da boutique che lo affligge in svariate parti del globo, dove per avere abbastanza centimetri di stoffa in senso verticale, gli tocca sempre finire nelle taglie XXL che (ma solo per ora, direi) non riempie ancora in senso tridimensionale.

In sottofondo al nostro chiacchiericcio, via via più scomposto con il ticchettare della lancetta, il martellare frenetico proveniente dalla cucina, perché la Wiener Schnitzel va servita sottile, al diavolo l´inquinamento acustico. Nella stanza a fianco, per caso ritroviamo la segretaria, che in tutto candore si lamenta del suo blind date e svicola da noi ad ogni pausa sigaretta (per fortuna non è uno di quei pub ad affumicamento consentito). In Italia avremmo tutti canticchiato la sigla di Carramba che Sorpresa, qui nessuno si stupisce più di tanto, del resto internet è uno degli altri antidoti alla resilienza sociale particolarmente pervicace e diffusa.

Ora, sulla definizione di asocialità si può discutere, chiaro. Non vorrei addentrarmi in pericolosi tentativi sociologici, ma solo ribadire una conclusione molto empirica: i crucchi sono ostici ai primi incontri. Sono gentili, ti danno una mano se ti si sgonfia la bici, sono molto informativi circa orari dei treni e reperibilità di bibliografia e se non vengono al lavoro non han problemi a specificarti i dettagli della loro gastroenterite. Ma restano conquiste per spiriti impavidi, serve una pianificazione a lungo termine, un accerchiamento paziente senza blitz troppo diretti, fatto di inviti a casa (meglio se a base di tiramisu e/o lasagne), sessioni di cucina, (s)montaggio mobili, visite a musei o attività sportive collettive. Insomma, per entrare nella lista di amici serve un minimo di sforzo, perché l´alzare il gomito aiuta, ma non basta, serve guadagnarsi un posto nel loro Zeitplan con azioni concrete, miranti ad un fine.

Spossata dal ritmo alcolico, ho concluso la serata avventandomi sull'unica cosa commestibile rimasta in casa. Si trattava, ahimè, di un obolo ottenuto da una delle sessioni di cucina casalinga di cui sopra, rispondente alla sinistra descrizione di “baguette preconfezionata con burro alle erbe”. Per digerirlo, come ultima ordinazione al pub, avevo preventivamente pensato di bermi della “Leistungswasser”. Ebbene, ho quindi chiesto un´acqua “da prestazione”, complice una sibillina S di troppo, pronunciata per insondabili motivi. Ora, dover digerire quella baguette è certo una prestazione, ma quello che volevo era, tuttavia, la disdicevole “Leitungwasser” (acqua del rubinetto), con gran basimento degli astanti. Sir Pilade non ha mancato di rammentarmi che qui sono “unter Hunden”, fra cani, che a quanto pare nella ciotola lappano birra.





giovedì 17 gennaio 2013

Schegge da Halle


A Berlino bastava una pedalata per essere al di qua o al di lá del Muro. Halle era (ed è) tutta ad Est, ma preferisce ignorare il suo recente passato di centro dell´industria chimica pesante: ne lascia il ricordo ai tetri Plattenbauem che si rincorrono nei quartieri periferici, dove neonazi e (pochi) stranieri si contendono la scena. Preferisce fregiarsi di una delle università piú antiche di Germania, crogiolarsi nella sua piazza del mercato dove troneggiano la statua di Händel e la torre col complesso campanario piú antico d´Europa.
Ed è cosí che mi ritrovo alla scrivania del Max Planck Institut per la ricerca antropologica, storica ed archeologica, punto d´approdo di studiosi e ricercatori di mezza Europa, che qui vengono richiamati da un ricco patrimonio di "cultura materiale" preistorica e medievale, e da una solida tradizione di studi nella disciplina.

Insomma: a fare i pendolari tra universitá, centri di ricerca e le loro appendici, ci sarebbe da ridire solo del clima implacabile, che registra sempre i record nevosi della Repubblica Federale.
Certo ogni ambiente di ricerca è un po´un involucro protettivo che attutisce l´eco del mondo esterno: per fortuna le incombenze della vita pratica impongono di montare i mobili Ikea, allacciarsi alla corrente, fare la spesa, visitare l´anagrafe. 

Appena messe le grinfie sulle chiavi della nuova casetta, mi sono precipitata a procurarmi l´Anmeldung, quel pezzo di carta che è la chiave a tutti i servizi cittadini. La solerte, spaziosa funzionaria ha suggellato il mio diventare Halunke. Perché a dispetto delle dimensioni modeste, qui ci sono gli Halloren, cioè chi vanta radici ancestrali nella cittá, i discendenti di chi estraeva il sale, oro bianco di queste parti, poi gli Hallenser, ovvero i borghesi venuti in cittá a far fortuna sulle spalle dei primi, e infine quelli come me. Tanti Hallunke sono studenti o accademici, e fra gli illustri Hallunke la cittá vanta il filosofo Wolff,  il giurista Thomasius e  il teologo Francke.

Con il mio bravo documento ho ottenuto anche un inaspettato omaggio: un´entrata gratis a due per un concerto classico, una piece teatrale od un´opera. Nell´immaginario collettivo teutone, sächsisch ist nicht sexy (ma ci sarebbe da disquisire se esiste anche solo un accento tedesco orecchiabile) e qui si è sperduti nella pampa. Ma stretto tra il fiume Saale e il borgo di Giebiechenstein, il centro cittadino offre perle inaspettate a chi ha la pazienza di inerpicarsi tra salite, strade sconnesse, buche traditrici. Certo sono perle di provincia, e a chi venga da Berlino dove la sera i piú puntuali cominciano ad uscire verso le 22.00, la cittá non puó che sembrare un sonnacchioso ibrido di mostri socialisti e antiche glorie settecentesche. 


Anche chi volesse ammirare la sinistra maschera funeraria di Lutero dovrebbe adattarsi agli orari del Duomo cittadino, che solo gelosamente permette l´entrata. Ad Halle e dintorni di Lutero e i suoi tiri mancini al papa van fieri, e qui l´Università lo ricorda nel nome: anzi nel nome ufficiale (Martin Luther Universität Halle Wittenberg) compare la famosa Wittenberg, forse una delle porte piú menzionate nei libri di storia.
Sulla porta di casa mia dubito si potrebbero affiggere tesi: ho giá avuto un bonario richiamo da parte dell´amministratore per aver incollato il mio nome a citofono e cassetta della posta in fretta e furia, senz´attendere che fosse lui a forgiare una precisa etichetta. I muri domestici, invece, sono cosí spessi che nemmeno il segnale ADSL riesci a scalfirli, e ovviamente la lavatrice troneggia in cucina e non in bagno, come da prassi teutone.


Una preliminare ricognizione delle offerte gastronomiche punta tutto ai vicini ex sovietici: ristoranti cechi, specialitá ungheresi e baracchini polacchi sono comuni come le praline ripiene di qualunque cosa (cocco, Guinness, arancia, semi di papaverp) che si vantano tra i prodotti tipici della cittá. Leitmotiv, manco a dirlo: suinocrazia declinata in tutte le possibili variazioni sul tema, con predilezione del salsicciforme. Ma si sa che noi italiani arriviamo dappertutto, come mi conferma il fitto vocio siculo che rimbalza nel freddo fuori il “Da Luca” o l´accento romano dei camerieri del “Da Salvatore”. 


A 20 minuti di treno strizza l´occhio Lipsia, sempre piú osannata come la nuova Berlino, oasi di artisti e startupper squattrinati, e poco piú in lá Jena, Gottinga, Magdeburgo e tutta una seria di cittadine della cosiddetta “Mitteldeutschland”, che si stiracchia tra Turingia e Sassonia, tra un wurst e un cetriolo sottaceto. 

Allettanti premesse per non farmi narcotizzare dalle lusinghe di giornate spese fra conferenze, ricerca e seminari. Stamattina mi sono svegliata con una presentazione sulla tradizione poetica kirghiza, mentre mi chiedevo ossessivamente se avevo spento la macchinetta del caffè, preso il kit di sopravvivenza del ciclista a -8 (e su strade ostinatamente lastricate e non asfaltate, probabilmente da un burlone ubriaco) e se avevo ancora pasta in dispensa. 

Al netto della mia inarrivabile maestria nel perdere tempo e spiaggiarmi in (in)attivitá assolutamente inutili, queste prime due settimane da dottoranda possono solo dirsi positive. Dopo la fuga dall´ambiente accademico patrio e un anno da colletto bianco in una cittá come Berlino, sirena il cui canto continua a stregarmi, ho trovato un lido laborioso, colleghi variegati, insomma una chance. Siamo in 12 dottorandi: 4 storici, 4 archeologi, 4 antropologi, ognuno col suo fil rouge di ricerca, ognuno convinto di aver qualcosa da dire e da dimostrare, almeno quando é in giornata buona. C´è S., lo svevo che sembra il fratello di Pocahontas che partirá per una ricerca sul campo in Uzbekistan con la moglie croata e il figlio di un anno; E. l´americana pentita che mentre lavorava in un campo profughi in Palestina, si è innamorata di R. e lo ha quasi rapito per portarlo fin qui; L. la minuscola hongkongina dall´immenso valore sul mercato matrimoniale cinese, che peró lei vuole rifuggire; H. che ha i parametri invertiti rispetto a L. e ha il pallino delle tombe del III millennio a.C. Poi bé, ci sono io, quel tocco di Mare Nostrum che fluttua nel Mare Magnum del "che fare?" (senza alcun dotto riferimento zarista, ahime) e deve meritarsi la chance di cui sopra.


Poco fa, per distrarmi in modo alternativo, ho curiosato negli armadi del mio ufficio: ci ho trovato un libro in vietnamita, appunti in russo e un misterioso set di mazze da polo. Magari dopoil disgelo... Insomma, mondi paralleli: quello ovattato e autonomo dell´edificio tardo settecentesco e dei suoi gangli, discreti ma alacri, sparsi per la cittá, eppur autoreferenziali, e quello della Halle vera, fatta per viverci e non solo per studiarci, con la sua periferia inguardabile e i cognomi che tradiscono un´ereditá e uno slancio ancora vivissimi con i vicini dell´Est. Del resto, anche qui in Istituto non si contano i figli- seppur imparati- di Grande Madre Russia, e fra i centri di ricerca piú prestigiosi si conta quello di antropologia per la Siberia e quello per la Storia della Polonia.

Solo qualche sparuto kebab gestito perlopiú da vietnamiti che servono anche cucina panasiatica e pizza,le scarlatte filiali della Sparkasse e il flusso senza sosta dei ragazzi che col car sharing fanno la spola con Berlino, mi ricorda che la capitale è, in fondo, a meno di due ore di distanza.
Ci continuiamo a re-incrociare Berlino, la mia ancora ancora non vuole salpare dai tuoi sporchi vicoli e dalle tue grandiose Allee, dal puzzle dei tuoi abitanti e dalle contraddizioni delle tue lusinghe. Ma, in fondo, mi sento una privilegiata, una di quei tanti studenti che, fossero rimasti a casa loro, avrebbero avuto timore reverenziale a bussare alle porte dei loro professori e qui ci discutono per ore intorno una birra.  Dunque, a noi due, Halle: non sará certo l´accento piu dileggiato di Teutonia a impedirmi di provare a ca(r)pirti, e spero che non mi contagi quella malaise da anacoreta d´alto bordo di chi pensa che sguazzare solo fra sudate carte sia stigmate di elezione e inarrivabile virtú.


giovedì 10 gennaio 2013

Thoughts from the pampa

some call it the pampa, this corner of former DDR which (undeserved?) luck gently blessed and prevented from becoming yet another piece of tabula rasa of WW II.
i call it pampa what is going on in my supposed brain right now. thoughts are cramming my mind and jostling to impose me action, all resulting into a prolonged numbness which leaves me exhausted even if i accomplish nothing.
i stand in front of a series of question marks and do not know which way to unfold them.
i feel the deadly attraction of what i think it´s called education- or culture- and any time i dare to dip my insecure hand into it, the monstrous size of its holiness pushes me back. i bounce back to my pampa and bang my head against reality, which is made of hour, minute and  even second hands unflappably ticking on the silence from which i try to scream.
faces around me look to educated, too slick, too cunning, too...faces.
my most sought after desire is so simple and childish i do not dare to confess myself this is really what i want. i let time drizzle away and break it down into smaller unities to try and arrange my void around it.
after all we only measure time when we are aware of it and cannot be overwhelmed by action.
i glance at my mental pampa and sigh, yet again, at the echo of my useless thoughts.

mercoledì 2 gennaio 2013

Capodanno in famiglia


Capodanno quieto quest’anno. Di mezzo c’è un trasloco per il quale ho già ipotecato svariati anni di girone fra gli iracondi a furia di imprecare contro le altre sfere, e che mi ha impedito anche solo di fingere di cercare un’alternativa più vida loca a quella che mi è stata proposta. Ergo, il salto dell’anno (come dicono qui, Rutsch, che sa tanto di onomatopeico apprezzamento dello champagne) l’ho compiuto a Hennstedt, minuscolo paesino che si tiene con le unghie all’ultimo lembo di Teteschia prima dell’altera Danimarca. 

Con  me c’erano tre dei quattro fratelli W. La biodiversità come la melanina è stata parca con loro: sono tutti variazione sul tema. Tratti comuni: comoda fronte spaziosa, occhioni da cerbiatto ma color blu elettrico, labbra morbide senza bisogno di botulino, classico naso nordico minuto e senz’ombra di pretese dantesche. Il nr 1 è il più mingherlino, ma compensa con una tonsura naturale che mette in risalto la fronte; il numero 2 è quello che si è preso più centimetri e, per mia fortuna, riccioli, il nr 3 potrebbe fare da matrioska che contiene gli altri. A completare il bucolico quadretto, i teutoni genitori, cane ottuagenario, gatto in sovrappeso e cervi che ciondolano in giardino, l’ultimo lembo di civiltà prima del bosco e del mare del Nord che mugghia in sottofondo.


In attesa del brindisi d’ordinanza, nr 1 dà un colpo notevole alle mie velleità di angelo del focolare, dimostrandosi formidabile quanto incallito all’uncinetto. Solo blandamente gli improperi che ritmano i fallimenti di nr 3 riescono a rincuorarmi. Mi tocca ripiegare sui natalizi Plätzchen (biscottini speziati e pan di zenzero) per chetare la coscienza. Eventualmente con una sortita sul torrone sardo che ho trafugato dai cesti natalizi del ragionier Franchina, cenno di Mediterraneo in quest’impervia landa nordica. 
Del resto, queste 48h mi sembrano una pacata ode all’incontro tra un ipotetico “nord” ed un ipotetico “sud”, concetti sempre mutevoli e relativi. Così le lenticchie sopravvissute al check in, anziché con la classica polenta le ho trangugiate con gli spätzle fatti in casa secondo ricetta sveva tramandata da generazioni. A suggello della mia iniziazione ai segreti culinari teutoni, mi è stato regalato “Le ricette della nonna” con tanto di titolo in inquietanti caratteri gotici. Per ora è finito in uno dei sacchi del trasloco, insieme ai tanti, soliti, triti buoni propositi per il 2013. Io ho ricambiato traducendo a spanne la ricetta del classico risotto alla milanese, rinunciando per bontà d’animo di stagione a ricordare che i bergamaschi son ben altro che i meneghini. 


La famiglia W. viene da uno dei mille paesini in-ingen sulle colline fuori Stoccarda, famose per il vino e l’accento impossibile per cui tutte le “s” diventano “sc”. Ed è giusto fresca di 2013 la dichiarazione del sindaco di Prenzlauerberg secondo cui gli svevi di Berlino continuano ad essere provinciali e un po’ bigotti, a dispetto del dinamico cosmopolitismo della capitale. Insomma, a Berlino i ricchi campagnoli del Sud non van proprio giù. Per tutta risposta, dai W. a metà pomeriggio ci si sintonizza sulla Sud-West Rundschau per il settimanale appuntamento con “Laible und Frisch”, che racconta di novelli Giulietta e Romeo, lui figlio di un panettiere svevo tradizionale, che impasta Brezeln notte e giorno e trova giusto il tempo di fuggire dalla sua lei, figlia di un imprenditore amburghese che ha aperto in paese una panettiera industriale. Io rido per osmosi, complice una comprensione sollo abbozzata del dialetto pieno di dimunitivi in "-le" anziché in "-chen", con le vocali pronunciate a caso, "net" al posto di "nicht" e gli "ich" che diventano "i" per comodità.

Poco prima dell’ultima cena del 2012, che a proposito di ispirazioni meridionali consta di fondue svizzera, quel pugno di centimetri quadri sulla cartina che dividono dove sono nata io da dove sono nati i W., si concede anche ad una tv nazionale di farci compagnia. Con cordiale pazienza, mi si spiega che non c’è Capodanno senza i 18 minuti in bianco e nero di “Dinner for one”, e ne trovo conferma sulle interviste del giornale di provincia, che fra il salvataggio di una pecorella smarrita (e non è una metafora biblica) e i problemi di obesità di una tartaruga beniamina locale, ha intervistato cittadini a caso circa i loro piani per l’Ultimo (che qui è omonimo del felino di casa, “Silvester”). La commedia inglese risale agli anni ’60, e ruota tutto intorno al 90° compleanno della nobile Sophie, che essendo sopravvissuta ai suoi cari amici, impone al maggiordomo James di bere e brindare continuamente al loro posto, con le ovvie conseguenze del caso. Il motto pare calzare anche con i riti della famiglia W: “Same procedure as every year”.

Sorvolando sugli stappamenti di champagne vari e il tripudio di fuochi d’artificio, che sembrano essere universali, uno dei momenti clou del Capodanno teutone tradizionale è quello dello scioglimento del piombo. Eh sì, perché anche a questi latitudini un po’ di superstizione non guasta, così in mancanza di fondi di caffè si fondono cubetti di piombo con le candele. Si lasciano poi raffreddare in una bacinella riempita d’acqua e le forme suggeriscono quel che sarà nell’anno che incombe. Stando ad internet, la tecnica (“molibdomanzia”) era già dei buoni vecchi greci (e te pareva?), ma ormai sopravvive solo presso gli eredi dei barbari. La signora W. fortunatamente non trova il libercolo che, a mo’ di Smorfia, ci consentirebbe una lettura scientifica del nostro imminente futuro, così per un po’ ognuno intravede nel piombo che si solidifica quel che vuole. 

A mezzanotte, poi, un’altra chicca, stavolta strettamente della Germania del nord: il Rummelpott. I bambini del quartiere bussano di porta in porta battendo su una specie di tamburello che, se confezionato come tradizione comanda, sarebbe di vescica di maiale. Non controllo, piuttosto osservo i bambini incassare la loro quota di dolciumi e andarsene beati mentre canticchiano rime in plattdeutsch, il dialetto locale. 

Varcata la soglia del 2013, sono solo i giochi di società che ci impediscono di cedere a Morfeo, fin troppo alacremente coadiuvato da Schnapps vari. Riscopro l’antico spirito guerriero battendomi a “Stadt, Land, Fluss”, in sostanza il classico giochino da ore buche a scuola, dove si scelgono le categorie e si estrae una lettera. Qui hanno il vantaggio che se si pesca la “O” alla voce “nazioni” oltre all’Oman si può scrivere anche Ősterreich. Dopo aver dibattuto se le Faer Oer sono o meno da considerarsi valide, si passa ad una versione famigliare di “Uno”, con regole sfalsate, e poi ad un altro di carte di cui capisco il meccanismo quando ormai solo io e i 3 W siamo ancora in piedi, provati e con le lingue impastate. 

Il primo gennaio, un pasto a base di crauti, patate e barbabietola mi rammenta (casomai me lo fossi scordata) dove sono, così come il funzionamento (impeccabile) dei treni che mi riportano a quella che, per ancora due giorni, è casa mia. Allo sbiascichio brandeburghese del coinquilino si mescolano gli auguri in francese di N., il ragazzo di nr 4, unica figlia dei W, e al campanello sulla Greifswalder un seminarista mi annuncia un sondaggio fra gli italiani di Berlino, dal titolo "vale ancora la pena credere in Dio?"

Anche il 2013, si spera, sarà all'insegna di un continuo ondeggiare, che sia verso nord, sud, est o ovest, poco importa. 

martedì 18 dicembre 2012

rientro

Da qualche ora in patria, con sosta dal dentista dopo spavento per esser capitata da un collega teutone di scuola, evidentemente, mengeliana.

Ho già ripristinato l'egemonia interna dei carboidrati e inalato una coltre di nebbia misto smog, sbuffato all'applauso collettivo quando l'irlandesissimo accento della RyanAir annunciava l'ennesimo scalo ahead of schedule e schiaffato in lavatrice lo zaino compagno di tante avventure, riesumato il cellulare vodafone e deciso che domani si torna in pellegrinaggio al CSOA dei bei tempi d'oro.

La stessa bandiera sbiadita della Lega mi ha accolto al varco del confine del paesello, e la stessa ridda di bestemmie (ma che da noi son vezzose) bergamasche con accento senegalese mi ha fatto da tappeto rosso.

Ho già consegnato il mio pensierino berlinese ai genitori e constatato l'eterna crescita dell'odiata tartaruga fraterna che cresce sempre e comunque, a dispetto di crisi di governo e di finanza, di cambi di vicini di casa e di fidanzate del proprietario.

Mi vengono in mente solo due cose: una scoperta linguistica e il commiato del mio coinquilino.
Partiamo da D., che da gennaio lascerà un incolmabile vuoto nei miei pigri quesiti pseudoantropologici: ieri sonnecchiavo in tandem con B. guardando un film che è risultato melenso proprio come il titolo.
A metà film, lo Spannung non è della trama ma segnato dall' irruzione inaspettata di D, che mi chiede conto della quinta paperella di gomma in bagno. Professo la mia innocenza, allargo le braccia e gli chiedo se è sicuro che manchi una preziosa bestiola alla sua collezione.
Certo che sì: l'abduzione del penniforme gommoso deve essere avvenuta la notte di sabato, quando un consesso di alticci amici si è radunata da lui per giocare a poker. Come sempre in queste occasioni, trovo sempre ottime scuse per defilarmi e dribblare l'umanità che ciondola per casa.
A riprova del numero originario del bestiario, D. rientra dopo pochi minuti di affanosa quanto infruttosa ricerca: una foto sull'i-phone testimonia che erano proprio 5.
Mi offro di andare in cerca del pennuto perduto, con evidente malumore di B. Niente da fare, D. decide di postare un perentorio quesito su Facebook, sperando di scovare il malfattore. Dopo circa 1h, rispalanca la porta saltellando: un amico l' aveva nascosta in un rotolo di cartigienica. Ora possiamo augurarci buon Natale e io finirò di vedere il film melenso.

Quanto alla perla linguistica,è presto detto: il proprietario del mio nuovo appartamento si chiama Signor Membro. In tedesco, "Glied", per cui il giocone "Jeder Mann ist ein Mitglied". Io, come sempre, mi autoproclamo membro osservatore e auscultatore.

giovedì 13 dicembre 2012

Di ghiaccio, santi e zucchine


Il sabato mattina a Berlino, specie quando è incellophanata da uno strato di ghiaccio, dovrebbe passarsi a letto, a ripetere come mantra i buoni propositi di non toccare più alcool per il resto della settimana.

Invece, capita che l’amico di un conoscente del club di vela di Berlino organizzi un “alternative tour” (su terraferma) e che il freddo diventi la migliore sveglia: i muscoli intorpiditi capiscono al volo che, per non soccombere alla dura legge del termometro, devono portarti alle 10.00 al punto di ritrovo e mantenerti sempre all'erta. 

Alex a occhio e croce ha trent’anni, fotografo freelance che per sbarcare il lunario fa la guida “alternativa”. L’aggettivo, si sa, sta a Berlino come “bel” al nostro Paese: binomi inossidabili che neanche la prova, eventualmente, dei fatti potrebbe mai smentire. Lo scruto scettica dalla fessura tra sciarpa fin sotto il naso e finto colbacco calato sulle orecchie, pensando a quanto promette il sito degli alternative tours “per noi questo non è solo un modo di far soldi, perché quello che vi mostriamo lo respiriamo in prima persona”. 

Ed è proprio così. Il fil rouge che Alex segue fra le neve mentre ci accompagna tra Friedrichshain, Kreuzberg e Neukölln è quello della sua passione per la street art. Mi racconta che per lui il fascino dei graffiti sta proprio nella loro volatilità, che per coglierne la transeunte bellezza uno deve starci attento, amare la città e osservarla sempre con rinnovata curiosità, esserne compartecipe e non semplicemente un pendolare degli spazi in cui si muove. Gli piace l’idea che la street art interagisca con l’ambiente urbano: ci mostra The Astronaut, uno dei graffiti più conosciuti di Berlino. Dal 2007 fluttua su un muro di Kreuzberg, e alla sera regge una bandiera, la cui ombra è proiettata da una concessionaria antistante. 

Molto meno scenografici sono i “6” che un artista 80nne va dipingendo ormai da anni su pietre, pali della luce, volantini rimasti attaccati ai muri. Le autorità ormai lo conoscono, ma lui si limita a sprayare su superfici che non sono né private, né passibili di “danneggiamento”: nemmeno Alex, che riesuma dalla neve un 6 verde fosforescente spruzzato su un cordolo del marciapiede, sa se ci sia un significato sotteso alla cifra.

Il significato della street art è collettivo, per questo mutevole e soggettivo. Mi racconta la storia di Linda: qualche anno fa, un anonimo disperato le lanciava continui messaggi dai muri della città, chiedendole di tornare da lui e che l’avrebbe aspettata in un determinato bar della città. Lo strazio del cuore infranto non ha lasciato indifferenti nemmeno i berlinesi, che con messaggi lasciati in città, ai giornali o alle radio, han preso partito ora affinché la misteriosa Linda concedesse al suo innamorato un’altra chance, ora offrendosi di darle una mano a liberarsi dall’incallito stalker. Infine, pare che l’artista abbia rivelato ai microfoni di una radio berlinese che Linda altro non era che una finzione artistica, un modo per comunicare anonimamente con la città e farla partecipare all’opera d’arte.


E’ quello che fa anche il collettivo Various and Gould, di cui mi colpiscono particolarmente due progetti: Die Identikit Serie e Moderne Heilige. Per il primo, gli artisti hanno assemblato collage con parti del viso di emigranti famosi (da Obama a Zidane), alternandoli a parole ricorrenti nei titoli nei giornali associati a delle nazionalità. Lombroso e forse anche Mendel studierebbero interessati le combinazioni anatomiche risultanti, con intermezzi quali “nazi”, “drogato” e “pagano”. A me, più prosaicamente, frulla in testa un Superuomo composto dai nostri vari bei politici e gli epiteti che il volgo assegnerebbe loro, ma ahimé non ho mai avuto un minimo di senso artistico.

Nella serie sui santi moderni, il collettivo berlinese si è accollato la responsabilità di fornire nuovi, attualissimi santi: c’è Santa Data che protegge i dati informatici, San Spekulatius patrono degli investimenti finanziari e Santa Diversita che sfoggia un apparato sessuale composito su uno sfondo arcobaleno. Chissà che, tra una twittata e l’altra, anche Sua Santità non passi in rassegna i nuovi candidati e decida di aggiornare il pool cui rivolgersi per raccomandazioni rigorosamente spirituali (per quelle terrene la scelta è fin troppo vasta). 

Per chi volesse accendere un cerino a questi moderni santi, basta fare un salto in zona Rosenthaler, dove fra una boutique di lusso e l’altra, si nasconde una rete di Höfe (cortili) dove regnano sovrani i graffiti. Tra gli altri, la celeberrima Little Lucy: bambina che escogita mille modi per liberarsi del suo gatto, diventato l’emblema di uno dei writers più in voga della città e “Just”, che Alex ci indica entusiasta arrampicandosi su un cordolo. Io non ci trovo fascino alcuno, ma la scritta è stata sprayata con un estintore, tecnica pericolosa che combina perizia alchemica per mettere a punto il colore e felina agilità per maneggiare l’aggeggio tra un tetto e l’altro. 

A chi ha la pazienza di addentrarsi in questi cortili, chic solo dopo il crollo del Muro, si rivelano anche altre perle: mi riprometto di passare presto al piccolo museo dedicato ad Otto Weidt, Schindler berlinese fabbricante cieco di pennelli che con mazzette ed espedienti riuscì a salvare svariati ebrei dai campi di sterminio. 

Un ultimo sgambettare tra i ghirigori di neve sporca ci porta a Kreuzberg, quartiere che Alex ama particolarmente, tanto da schierarsi fra le fila della squadra locale nella battaglia a colpi di spazzatura che avviene ogni anno contro Friedrischshain, sull'Oberbaumbrucke. Facciamo un salto all’ex complesso ospedaliero di Bethanien, che dal 1970 è uno dei simboli della Berlino “popolare”, intesa come appropriazione di spazi al servizio dei cittadini. Non mi è chiaro il meccanismo giuridico per cui da un’occupazione “di massa” (Alex sottolinea: “non solo punk e alternativi”) si è passati ad un riconoscimento formale, fatto sta che gli imponenti edifici di metà ‘800 sono oggi adibiti ad (immancabili) atelier d’arte, a scuole di musica e spazi per gli studenti. A due passi c’è anche la “fattoria dei bambini”: un salvifico lembo di campagna nel cuore della città. L’idea è semplice, forse per questo vincente: per bambini nati fra centri commerciali e internet café, avere caprette e pony con cui giocare è una necessità pedagogica basilare. Una bimbetta cerca di convincerci a saltellare sul laghetto ghiacciato insieme a lei e, forse preda di un improvviso moto pascoliano, sto per cedere alla tentazione: solo un sinistro scricchiolio e il ricordo di un (pur patriottico) affondare davanti allo Spilberk mi salvano dal baratro.

Il nostro tour finisce al Prinzessingarten, una urban farm subito fuori Moritzplatz. Qui zucchine e piante aromatiche sono piantate in box e cartoni, pronti ad essere trasportati in ogni angolo della città e a fronteggiare un eventuale sgombero. Chi vuole portarsi a casa qualche ortaggio a km zero non ha che da riscoprire il pollice verde personale e dare una mano all’umanità varia che ci vive.

Appena varcata la soglia, sarà pure effetto placebo, perfino i rumori dell’inteso traffico in direzione Kotti si attutiscono, e bere un succo di mela bio riporta alla mente bucoliche immagini perdute, flash dell'infanzia a ridosso delle Prealpi  orobiche. Mi piacerebbe poter dire che sto pensando alla famosa madeleine della letteratura, ma molto banalmente è il perfido critico culinario di Ratatouille a balenare nei miei pensieri. Oggi il Garten ospita un mercatino di Natale, con ninnoli sudamericani e tibetani venduti da bionde donzelle, coltelli fatti a mano da rasta attempati e crepes originali francesi arrotolate da un afroamericano. In un angolo, in una specie di yurta cittadina, un vecchio che potrebbe essere biblico ammalia grandi e piccini con le sue enormi bolle di sapone. Un amico si cimenta e non riesce più a smettere, ripete che è davvero “krass” e rilassante, al che il canuto sfodera un impensabile biglietto da visita e racconta del valore terapeutico della sua arte (formula del sapone, natürlich, segreta, ma rigorosamente bio): ai funerali spiega ai bambini l’evanescenza della vita disegnando bolle iridescenti nell’aria.


Certo come il “bel” da noi fa (o dovrebbe fare )business, anche tutto ciò che è alternativo a Berlino fa soldi. Del resto, tutti sanno che la città è povera, ma sexy, e la forza della street art e di tutto ciò che è “social” sta anche nelle carte di credito dei turisti che immortalano quelli che a casa loro chiamerebbero scarabocchi vandalici. Alex ci lascia mentre ci avventiamo su un falafel bollente, persuaso tuttavia che il fascino delicato e mutevole di Berlino riuscirà a sopravvivere anche alla piaga delle locuste della gentrificazione: forse ha un’immaginetta di San Gentrifizian nel portafoglio, che riempie grazie alle mance dei turisti che cerca di iniziare alla sua passione per la street art. 

Del resto, che Linda sia o meno in carne ed ossa conta poco, le favole anche quando sono urbane sono fatte per crederci e poter scivolare sui laghetti ghiacciati della fantasia senz’annegare nelle morse della torbida acqua sottostante. 

giovedì 6 dicembre 2012

verità

La Sassonia (insieme alla gemella Turingia) detiene i record nevosi della Repubblica Federale. (tradotto: ho neve che si è infilata sin nel duodeno, e un colbacco di cui vado fiera)

In Sassonia si mangia tanto maiale, di cui si vanta produzione e macellazione propria. (tradotto: ne ho mangiato talmente tanto, che spero di non essere porciforme e venir impaninata)

La Sassonia è ex ddr (tradotto: devo ancora capirne bene tutte le conseguenze, a parte il proliferare di stand mangerecci ungheresi)

In Sassonia si parla l’orrido sächsich, che però non è sexy ed è il dialetto più deriso di Germania (tradotto: presto frullerò anche questo accento ai vari dello stock, sto pensando ad un gemellaggio culturale col bergamasco)

Halle è piccola, si gira tutta a piedi o in bici. (tradotto: ho consumato le suole delle scarpe per andare a vedere i quartieri ex DDR oltre i boschi che la circondano).

Halle è economica (tradotto: ho un appartamento, il primo della mia carriera, a poco).

Halle è provinciale (tradotto: le pizzerie italiane sono molto meno italiane di quelle turche di Berlino e usano cheddar al posto della mozzarella).

I crucchi mandano giù qualunque cosa (tradotto: le vecchine si mangiano panino, fegato e cipolla e per un compleanno domani stavo pensando di proporre joghurt e muesli)

Non tutti i crucchi sono ariani (tradotto: ho un compagno di PHD che sembra il fratello maggiore di Pocahontas, pur professando limpieza de sangre. per fortuna, a salvare i beneamati cliché, c'è un tizio che è due metri in ogni possibile senso di misurazione, con equipaggiamento cromatico consono)

I crucchi sono animali (tradotto: se non ho preso le pulci stando da questo couch surfer, sono a prova di contaminazione)

I crucchi sono animali (tradotto: si danno a perfomance a luci fuchsia spinto senza curarsi degli involontari astanti)

Insonnia e freddo: non riesco a compitare qualcosa di più coeso. Tra un’ora e un quarto ho il Mitfahrgelegenheit, ovvero “l’opportunità di conviaggiare”: per 10 E mi infilo nella macchina di qualcuno che fa la tratta che mi serve. Mi piacerebbe poter dire che mi aspetta un WE rilassante, ma: il ragazzo che mi ospita qui ad Halle sarà mio ospite a Berlino, e su preciso ordine del mio coinquilino, non posso lasciarlo a casa da solo, ergo babysitting in arrivo; devo fare lezione di italiano perché il portafoglio piange lacrime e sangue; metà della gente che conosco ha deciso di nascere tra il 6 e il 10 dicembre; devo trovare un successore per la mia camera, perché il coinquilino millanta di essere alle prese con tentativi di conquiste galanti, ergo di non averne tempo; devo trovare chi mi ospita settimana prossima ad Halle.
E con questo, faccio lo zaino e torno sotto la bufera di neve. Ho passato la settimana ad inseguire tutti gli annunci immobiliari che rientravano nelle mie potenzialità di budget, e ieri ho vinto la singolar tenzone per l'appartamento dei desideri a tavolino: lo sfidante, forse in preda a sacro terrore nei miei confronti, non si è presentato.