lunedì 14 maggio 2012

Oggi il mio tete-a-tete con la Burocrazia Teutone inizia alle 8.15. Lego la bici di fronte all´imponente tribunale di Mitte. Mi ero preprata ad un controllo minuzioso all´ingresso, invece un cartello (e poi la voce di una guardia) mi indirizza senza pompa verso l´aula 501.

Missione: Kirchenaustritt, ovvero togliere "RK" dai miei documenti crucchi e smettere di pagare una certa % alla chiesa cattolica.
Lo sportello dovrebbe aprire alle 8.30, ale 8.32 una versione muliebre (ma non troppo) di Bud Spencer in tuta d´acetato comincia a mugugnare nervosamente per il ritardo. Aspettiamo in una sala con due panchine acromatiche, pavimento in lineolum che fa tanto palestra delle medie.

Preso il mio numerino, alle 8.35 sono davanti alla funzionaria di turno. Solito siparietto al momento di trascrivere i dati della carta d´identitá italiana, visto che ci ostiniamo non solo ad avere un lenzuolo cartaceo al posto di una bella tesserina di plastica, ma anche tutto scritto in italico.
E se il crucco non é elastico, il funzionario crucco lo é anche di meno, e come puó essere certo che 11.08.1986 sia la mai data di nascita? hai visto mai che nel Belpaese mettano anche le misure delle circonferenze sui documenti, per individuare facilmente chi é bunghizzabile....

Speravo giá di cantare vittoria, e invece. Mi danno un foglio, ma mica é finita. Adesso mi tocca andare all´ufficio delle tasse.
E non che ai teutoni importi nulla delle tasse alla Chiesa, o a qualunque chiesa. Ció che conta é La Carta: se un timbro dice che sono pastafariano, allora posso anche avere una foto della patente con uno scolapasta in testa. Ma senza che carta canti, qui si é anche peggio di Mattia Pascal.

Vorrei poter aver fatto amicizia con la Bud in acetato: mi si prospetta un´altra levataccia ed un altro faccia-a-faccia con la Burocrazia.

E per non perdere l´abitudine, ora compilo le carte per avere le ferie.


domenica 13 maggio 2012

del lusso di perdersi

In mancanza di un caffè mattutino, mi accontento del sapore chimico del Ritter Sport all' espresso.
Un occhio al calendario e uno alla finestra, e mi chiedo se non sia, in realtà, novembre.
Ieri mattina mi sono persa, non ho fatto altro che perdermi. Un lusso che, beata gioventù studentesca, ormai mi concedo solo molto di rado, al netto dei sensi di colpa sempre in agguato perchè, in fondo, il mio cervello è un perenne reminder di cose da fare o che dovrei fare.
Il sole, ieri, non è mai durato più di 5 minuti di fila, in un continuo, rabbioso corpo a corpo con nuvole metalliche. Non avevo meta, solo la bici che, come rabdomante in trance, seguiva percorsi suoi, a zonzo nella Prenzlauerberg degli yuppies. Bambine con le trecce bionde e pargoletti che si rotolavano nella sabbia (d'ordinanza in qualunque parco giochi), giovanissime mamme con due passeggini e ancora una pancia sospetta, rasta con sciarpe di vera seta colorate a mano.
Mi sono ritrovata su Kollwitzstrasse, tra un mercatino delle pulci organizzato da una scuola elementare, e la piacevole scoperta del mercato settimanale.
Nessun indizio del traffico del centro città, stand e baracchini appostati sotto ogni albero, tutto a dar l'illusione che, almeno per una volta, il tempo non è da contare, controllare, scandire, ma da lasciar scorrere come viene. Ad un bancone si vende pasta fatta in casa con indubitabile accento napoletano, a quello vicino un libanese richiama le junge Dame più con i profumi delle sue mille salse che non con la litania che proferisce. Imparo cos'è un goezleme, una specie di enorme piadina turca con qualunque possibile ripieno, mentre osservo anche troppo a lungo un intero clan famigliare che sembra non far altro che impastarne e sfornarne da generazioni.
Mi soffermo sui mille colori di magliette di cotone organico, subito mi viene spiegato perchè per un pezzo di stoffa ombelicale dovrei voler pagare 40 E. Cercando bene, scovo un'altra tavolozza con due maniche ed un collo e l' ex sessantottina me la lascia per 5 E. Anche io potrò sfoggiare verde, rosa, blu e giallo in un colpo solo, anche se senza il marchio di tracciabilità e col dubbio che a renderla così sgargiante sia stato qualche pennello chimico quanto il ritter che sto mangiando ora.
Sgranocchio un brezel tipiedo di forno e mi offrono un cantuccino di dubbia autencità, indugio su qualche orecchino dall'aria abbordabile e capisco che sono nel cuore del quartiere cosiddetto "gentrificato".
Prenzlauerberg stava, tutto sommato, ad Est. Poi sono arrivati gli artisti, gli yuppy, gli svevi (che sono geograficamente terroni, ma sgobboni e di accento contadino come i...diciamo bresciani), i musicist spagnoli, gli avventurieri italiani. E adesso è chic, l'area residenziale dove i bar con le scritte in cirillico offrono colazioni così sontuose da non riuscire più ad alzarsi, dove le boutique vendono con nonchalance sandali che penseresti di trovare a pochi spiccioli e hanno, invece, le stesse etichette di quelli di via Montenapoleone, il quartiere dove trovi dentisti per soli bambini, mi immagino con trapani colorati e bonari dottori alla Patch Adams.
D' obbligo è il pellegrinaggio alla Kulturbrauerei, ex fabbrica di birra trasformata in cinema, sale da esposizione, teatro. Fra le mura spesse ci si dimentica di essere in una metropoli, davanti a me una coppia di almeno settantenni si tiene per mano e di nuovo penso al tempo, che talvolta può non essere tiranno. Se non fosse che, di nuovo, ho dimenticato la macchina fotografica, e quello sguardo di complicità incurante delle rughe e degli sfregi del tiranno dovrò ricordarmelo da me.
Assolutamente a caso (se il caso mi concede l'ossimoro), finisco nel museo di quartiere. Sono, manco a dirlo, l'unica visitatrice di questa pigra mattinata sabatina. La signora che si era appisolata all' ingresso mi saluta tutta gaia e mi lascia sola nelle sale dove scopro come si presentava prima del fatidico 1989 il quartiere dove abito da poco più di un mese. Così scopro che il brutto parchetto fuori casa, un' accozzaglia senza gusto di alberi di ogni specie che profila casermoni tutti uguali, era un esperimento di residenza della DDR. Dalle foto d'epoca, entusiasti giovani padri di famiglia si trasferiscono nei cubi per loro costruiti, affacciati sul memoriale al comunista Thaelmann, incarcerato, poi spedito a Buchenwald e infine ucciso quando ormai l'ariana gloria del Terzo Reich stava per capitolare al passo marziale del comunismo di Mosca. Scopro che la Lili Henoch della via che taglio ogni giorno in bici era una poliedrica stella dello sport, fino a quando la fecero scendere del treno speciale che doveva portarla al ghetto di Riga e le spararono, senza nemmeno lasciarle le sue tante, giudee medaglie sul petto.
E ancora, passeggio tra le foto del "picnic paneuropeo": nell' agosto '89, i gitanti della Germania Est si radunarono a Sopron, ridente meta di vacanze ungherese, e con la scusa di un giovale pomeriggio tra salsicce nelle tende montate sopra le Trabi, varcarono la Cortina. Un pic-nic, appunto, il muro ideologico e di mattoni frantumato in sordina, scambiandosi cartoline nel sole del lago Balaton. Sul libro degli ospiti, qualcuno si è firmato raccontando di esserci stato, altri si lamentano di non aver capito il senso della mostra e chiedono perchè sui pannelli ci fosse quell' idioma assolutamente mostriforme (ungherese).
Non passo nemmeno da casa, mi faccio trovare direttamente al Prater, Biergarten nei pressi dove ci si è dati appuntamento con la scusa del compleanno di qualcuno. Qui non ci sono cortine, ma sfido chiunque a non individuare il tavolo latino. Quello caciarone dove, addirittura, si parla e si ride. Come sempre, sono la fine della penisola, o l' inizio dell'Alemannia, quella cerniera cromaticamente travisabile che sguazza negli stereotipi. Dopo qualche birra, vengo convinta a delinquere. Si esce con borse in spalla e si fa incetta di birre a 80 centesimi allo Spaeti più vicino. Se il controllo teutone ci sbatterà fuori, diremo che noi no capire tetesco. Puntuale, un cameriere rasato in felpa nera arriva a dirci che le nostre birre o ce le beviamo fuori, ma proprio fuori, sulla strada, o le sequestra lui. Mi beo di essere l' unica che, avendola travasata nel bicchiere del locale, può rimanere a bersela senza patemi. Salvo il disappunto del tavolo alla mia sinistra, il cui sguardo di rimprovero quasi mi guasta la bionda tanto sudata.
Quando il freddo si fa davvero troppo fuori stagione per continuare a fingere che sia davvero fine maggio, ci trasciniamo in un posto al chiuso. Infine, guido tutti verso casa mia, per sperimentare un anonimo, kitschissimo ristorante fuori mano, non segnato da nessuna Lonely Planet, ma che ogni sera mi promette Schnitzel giganti. A giudicare dalle circonferenze degli avventori, la dimensione c'è. A noi testarne la qualità. Il menù di plastica ci fa da tovagliette : ci sono 50 combinazioni di verse di cotoletta, ognuna disponibile in versione normale, media, XL o XXL (un kg). Io opto per un'ignava media, i temerari della XXL a fine impresa immortalano il successo e potrebbe lo scatto che finirà sulla loro lapide.
B. emerge dalle tenebre e mi raggiunge, unico non italico perso in una tavolata che sghignazza sguaiatamente, ed è inutile cercare di tradurgli le pessime battute che i varesotti (o varesini?), ormai senza più nemmeno la parvenza di freni inibotori, fanno a ripetizione contro "i festival della gayaggine" ch si aggirano per strada.
A casa, oltre la testa di Thaelmann, il mio coinquilino mi attende birra alla mano e joystick nell' altra. Lui e altri due stanno giocando a qualche strano videogioco, lascio in ostaggio B. per una sfida fra soli teutoni e penso che domani (cioè oggi) proverò per la prima volta una parmigiana di melanzane.
In un accesso di casalinghitudine, ieri mattina prima di perdermi ho acceso Giallo Zafferano e mi sono lasciata convincere dalla fida Sonia che il pasticciare con gli ingredienti avrebbe portato ad un buon risultato.
Lo scoprirò a breve, giusto prima di co-babysitterare la nipotina del mio prode coinquilino. A Sonia non ho detto che al posto del caciocavallo, ho trovato solo della scamorza, anzi, della scarmoza.

martedì 8 maggio 2012

Buoni, pratici e quadrati.
SOno stata al Ritter Welt, a pochi passi dalla bella Gendrmenmarkt. Il paradiso dove regna sovrano il quadretto di cioccolato, combinato con qualunque ingrediente combinabile. L´apoteosi é il Ritter personalizzato: punti col ditto cosa ci vuoi come ripieno, e il cioccolataiod I turno, sorriso (ma spento) d´ordinanza, te lo confeziona in venti minuti. Il mio, per la cronaca, era con Lebkuchen e amarettini.
Cerco di ripetermelo come mantra per addolcire questa finta pausa pranzo, tristemente compresa fra la mia tastiera e la giuninca capa che ingurgita cibo mentre fa una conference call.

Ma buoni, pratici e quadrati sono anche I crucchi. 
Quadrati, perché concetti come “sorpresa”, “uscire dagli schemi” gli sono estranei come per lo puó essere la teoria della relativitá per Renzo Bossi. Pratici, perché in ognuno di loro si nasconde un piccolo McGyver, anche sotto le mentite spoglie diuna leggiadra fanciulla dale trecce palatinate. E buoni, perché se si riesce a nonv oler decifrarli, e cioé a leggerli esattamente come si presentano, senza alcuna sofisticazione, sono in fondo dei bravi guaglioni. Un po´lenti, amanti delle carte, scarsi in ogni arte del magheggio, ma pur sempre affidabili. Solida carrozzeria, scocca a prova di umorismo.

A riprova, il mio coinquilino, crucco fino alla punta dell´anima (che, pagano, non sa di avere!), con cui passo si e no una doppia serie di 5 minuti giornalieri durante la sua pausa sigaretta. Ieri, preoccupato, sentiva degli “scoppi”. Ero io con la carta con le bollicine (non ho mai saputo come si chiami), che nervosamemente torturavo fra una meditazione di vita (inutile) e l´altra. Compresa la natura metafisica del rumore fin troppo terrestre (il mio meeting notturno di oggi), appurato che nessuno elettrodomestico stave sfuggendo al suo teutone controllo, il crucco si é presentato con una specie di cubo di Rubik. Era per me, per distrarmi. Magari senza far rumore. E stamattina, sulla lavagnetta che é il nostro mezzo di comunicazione principe, mi ha lasciato scritto “vedrai che ce la fai, incrocio le dita per te”. Anche B., dopo la mia lezione sul "cosa é una sorpresa", ha eseguito alla lettera. Difatti, la piantina che mi voleva regalare ha corso il serio rischio di finire nella spazzatura, scambiata per un involto da buttare.

Forse non sono appetitosi come I loro omologhi di cacao, ma di certo comincio a capire perché in qualche modo mi piacciono.

venerdì 27 aprile 2012

Cronache

Metti che una sera ti freghino la borsa, per la prima volta in un onorabile quarto di secolo. E che nella borsa ci fossero tutte quegli ammenicoli che fanno di te una persona giuridica, un possessore di casa, un assicurato e, ahime, anche un miope-astigmatico.

Ieri sera, tornando a casa, avevo ricevuto ben tre lettere da strani indirizzi burocratesi. La prima missiva era della polizia di Friedrichshain, che mi informava dell´avvenuta denuncia e mi chiedeva una controfirma. La seconda mi diceva che il mio borsellino era all´ufficio degli oggetti smarriti, e la terza...ve lo dico dopo.

Dunque oggi la pausa pranzo si fa in metro, ma non mi lamento perché é la prima giornata di primavera, col cielo azzurro e i crucchi in canottiera e braghini manco ci fosse il solleone. Anche io espongo qualunque centimetro quadrato (cattolico pudor permettendo) all´aere frizzante, e mi avvio verso Tempelhof, l´aeroporto cittadino dismesso.

Peccato non avere una macchina fotografica, ne sarebbe valsa la pena. A cominciare dal gigantesco cartello pubblicitario che a caratteri cubitali recita "Voglio fare un figlio con te" . Per un attimo mi é balenata l´idea di un amante particolarmente assertivo e danaroso, che proclamasse i suoi desideri di paternitá sui muri delle stazioni, ed invece era solo una mesta pubblicitá.

In metro un punk riemerge dai fumi dell´alcool e mi annusa il collo. Mi chiede se sono stata a raccogliere funghi perché ho un buon profumo di funghi. Non so se sia una lusinga, per precauzione mi accarezzo la fulva chioma per ravvivare l´effetto dello shampoo mattutino.

L´entrata di Tempelhof é mastodontica, e reca ancora le iscrizioni dell´aeroporto. Essendo pausa pranzo, l´unico essere umano che incrocio é un baffuto ottuagenario che mi indirizza con fare di chi la sa lunga. Nella direzione sbagliata.
Tornata sui miei passi, passo in rassegna tutte le porticine che si affacciano sull´ex pista, et voilá. L´ufficio. Ha l´aria´piú da ufficio che io abbia mai visto, ma essendo in Teutonia, non mi succede come per il lasciapassare A38
L´aria é vetusta, le prodighe cure di una donna delle pulizie del Sud-Est asiatico non scalfiscono il sentore di cripta. Niente di digitale, sportelli tutti con indicazioni battute parrebbe a macchina, frecce che indirizzano ordinatamente ai vari cunicoli.

Il mio sportello é il 3, sezione "oggetti di valore, ovvero: orologi, documenti, brosellini, computer, macchine fotografiche, altri apparecchi per archiviazione". Una nota rammenta: non cellulari. Perfetto. Suono il campanello, anch´esso residuato bellico, e compare una specie di gangster messicano, che biascica con perfetto accento berlinese. Guata di sbieco il foglio in cui si attesta che proprio io sono stata contattata come smarrente. In effetti, tronfia di gaudio, mostrandolo al mio collega l´ho quasi distrutto in un bicchiere d´acqua vivacemente partecipe del mio giubilo. 

Si allontana per un lasso di tempo he mi pare infinito, lasciandomi fra le pareti color ospedale, atmosfera ovattata. Non un solo fruscio perturba la quiete. Quando riemerge dallo stanzino, controlla accuratamente la foto sulla carta di identitá e il mio faccino, forse riscontrando il peso di qualche luna in piú, mi fa firmare un paio di carte, intasca i 5 euri canonici e mi ridá il prezioso bottino. Manca all´appello solo la carta di credito crucca che, peró, ho provveduto a bloccare con una chiamata notturna e a ripristinare poi. Per sfizio, faccio un salto allo sportello 1, giusto per far andare di traverso il boccone all riccioluta sciura che sta dietro la grata. Si sa mai che ci sia anche la borsa. 
L´antro delle borse é terrificante: centinaia di ventiquattrore, zaini, cartelle di ogni foggia disposte ordinatamente su scaffali a seconda del luogo e della data di smarrimento, oguni pezzo catalogato ed etichetato. Chissá qual é il destino di quelli che non vengono mai piú reclamati. passo in rapida rassegna, sotto lo sguardo in cagnesco della sciura, che mi dice che non é probabile ci sia. Ci azzecca.

Dunque, sono finite le mie due settimana da Mattia Pascal. L´ambasciata prevedeva almeno due mesi per rilasciarmi di nuovo quei pochi centimetri quadrati di carta vidimata che si chiama identitá, am le risparmieró l´affanno.

Purtroppo, non avendo ritrovato la mia spelndida borsa modello Humana ´49, Euri 7, rimango orfana degli occhiali e piango la triste separazione dal portachiavi (con chiavi annesse) che mi accompagnava dall´etá del primo dente permanente

Ma, ma, ma. La busta 3. Il suo contenuto é l´essenza della germanitá, il monumento alla burocrazia le cui motivazioni restano piú imperscrutabili di quelle divine. La busta 3 mi avvisa che la mai patente é stata ritrovata. E la prassi vuole che la patente sia separata dal resto dei documenti e spedita all´ufficio centrale delle patenti smarrite, che evidentemente sono troppo schizzinose per giacere con passaporti e tesserine sanitarie. Ergo, mi tocca rifarmi una gita in orario di lavoro (sperando che la primavera non giochi a nscondino), in quel di Puttkamerstrasse (cacofonico?) e sborsare altri 15 E per riavere il mio diritto al volante. Perché inutile proclamare che si sia trattato di furto, anche al lavoro per ridarmi il badge con cui si spalancano le porte della gironata lavorativa hanno stornato 50 tondi tondi dallo stipendio. Perché si prendano la briga di dividere la patente dal resto rimarrá un mistero, a meno che un impeto di audacia mi spinga a chiederlo all´inappuntbaile addetto che mi restituirá il prezioso documento. 

All´uscita dall´aeroporto, lo stesso vecchietto di cui sopra si prodiga in mille scuse per avermi fatto smarrire la retta via.

Torno in ufficio a cuor leggero e finalmente a protafoglio pesante, pregustando la cena assolutamente invernale che mi attende stasera: 5 ospiti da me e il menú prevede come piatto forte Spätzle con Kohlrouladen.  

venerdì 20 aprile 2012

Di pampini & perle di saggezza

Battesimo presso un medico specialista crucco: checked. Davvero, i crucchi non sono il popolo piú amorevole del mondo, ma non hanno nulla da invidiare quanto a gentilezza.
Per una combinazione astrale assolutamente fantozziana, ci sono arirvata trafelata, sudaticcia e assolutamente sbarellata (dal medico), attraversando mezza cittá.o
Devo ammettere che dpo 6 mesi, la logica sottesa alla numerazione degli edifici a Berlino mi rimane enigmatica.Non c´é un lato dispari ed uno pari, e da un lato della strada i numeri crescono, dall´altra decrescono. Morale: marcio sempre inutili km mettendo un´ipoteca sulla mia suite nel girone degli imprecatori incalliti.
In piú, non avevo uno straccio di documento addosso, poiché dal weekend, causa furto, sono sans-papiers fino a quando la cara ambasciata deciderá di riscattarmi dal pascaliano status in languo.

E anche il dottor N-S conosce la parola "pampini", ovvero "bambini", che ai crucchi piace tanto perché suona "divertente". Non riesco a togliermi dalla testa Nazinger che, a braccia ecuminicamente spalancate, tuona "lasciate che i pampini vengano a me". Quasi un eco bacchiano, per non voler scivolare ancora piú in basso.

Infine, senza alcun nesso logico col resto, vorrei condividere una perla di saggezza in dialetto svevo:
"Saufsch, stirbsch. Saufsch ned, stirbsch au. Also saufsch!"
Ovvero: "bevi, e muori. Non bevi, muori comunque. Mo bevi!"

Buon auspiscio per il weekend. Che mi vedrá, peraltro, impegnata in una perfomance culinaria per cui ho giá ansia da prestazione, visto che da ogni italico qui ci si attende un Vissani camufatto in abiti civili.

giovedì 12 aprile 2012

cronaca di un acquisto...intelligente

Premessa: non amo, ahime, la frutta, rea di aver euna consistenza sempre tendente al viscido. Tuttavia, devo mangiarne, non foss'altro per la cecità incipiente che, se non un patrimonio genetico infausto, almeno un apporto di vitamine può forse rallentare.

Vorrei, dunque, adottare la soluzione casa di riposo: frullare. Ciò implica essere in possesso di un frullatore.
Profittando dell' assenza dle coinquilino, in trasferta per una partita della sua squadra del cuore (di hockey), setaccio casa ma non pervengo ad alcun risultato utile. Urge, perciò, armarsi del lemma appropriato, e ad occhio e croce mi serve un "Mixer" (che sia maschile o neutro è lana caprina).

Al lavoro, in pausa finto-caffè, scopro qual è il punto vendita a me consono più a portata di pedali: il MediaMarkt (il nostrano MediaWorld) su Alexanderplatz. Slacciato il metaforico colletto bianco, mi ci dirigo, animata dalla certezza di fare cosa buona e giusta per la mia salute.

Il negozio è su ben quattro piani, così che mi perdo nel nitore di enormi lavastoviglie, nel riflesso di mille oblò di lavatrici e negli stessi fotogrammi ripetuti a miriadi in schermi di ogni dimensione, a led o liquidi o che so io. Giunta al reparto tanto agognato, scopro di non volere un Mixer.

Il Mixer è il frullatorone professionale, quello con mille ammenicoli e braccini, per chi impasta e segue la Clerici con incrollabile fedeltà. Parlamentando con una giuliva commessa, il mio vocabolario acquisisce finalmente il termine appropriato, io voglio un "Purier Stab", cioè un bastone per le puree. Oppure, più estroso, un "Zauber Stab", un bastone magico. Opto per la versione prosaica, si sa mai che abbiano in vendita anche una serie di bacchette magiche parlanti con lucine incorporate.

E lì, in militaresche schiere, mi attendono gli Stab. L'occhio non sa se crederci: si passa dai 9,99 E del plasticozzo marca "OK" fino ai 119 tondi di un inquietante arnese con mille tasti e display luminoso. Non fosse per le esigenze dello stomaco, mi lambiccherei su cosa si può fare con un frullatorino da 100 euri, probabilmente una farina di diamanti. Bah.

In onore alla mia ascendenza (forse) latina, scelgo per la virtù che, si sa, sta nel mezzo e un po' verso il basso quando si ha a che fare coi soldini. 20 E per un Bosch, marca locale, e il bollino di qualità teutone a rinfrancarmi nella scelta.

Un ultimo, vitale acquisto: tovagliette per quando desino in camera mia, lavabili e colorate. Poi, via, in sella verso casa.
Dove, però, lo Stab non finisce di stupirmi. Quando mi accingo a scartarlo, tronfia e soddisfatta, già immaginandomi litri di frullati e frappè, ecco la magia linguistica. E' proprio Zauber: scopro che, in italicus, si chiama "frullatore assiale".

Si indica, suvvia, un sondaggio per sapere quanti sono a conoscenza di questo termine! Io, beata ignoranza, frutto di quasi un quarto di secolo vissuto a casa di mammà, lìho sempre e solo chiamato "minipimer". Del resto, è un'antonomasia, una bella figura retorica...e chi lo sa di che marca poi fosse 'sto minipimer. A casa mia manco si usano i tovaglioli, si usano gli "scottex".

Domani mattina, invero, il mio frullato avrà tutto un altro sapore. Perchè manovrare un "frullatore assiale" è tutt' altra storia.

Di monaci a passo d´oca e sinapsi sconclusionate

Ancora provata dall´interminabile digestione post-pasquale e dallo schock climatico (dai 20 gradi padani, e perfino un lieve rossore cutaneo dovuto all´esposizione ad addirittura un intero pomeriggio di, odino odino, sole!).

Sono sommersa da post-it che mi ricordano cosa devo fare: lavorativamente, domesticamente (nella mia nuova tana si sta davvero bene, tuttavia un tocco di personalismo non guasta, come dimostrano i 20 kg di chincaglieria trascinati da brava sherpa per la cittá dopo averli sbarcati via EasyJet), burocraticamente. Settimana prossima avró il battesimo medico, sfoggeró per la prima volta la mia lucente tesserina sanitaria crucca. Devo ancora, peró, notificare la Bella Italia che sono un expat, nonché farmi certificare"non piú romana cattolica" per evitare le decime a fine mese.

Dunque. Oggi al corso di crucco pagato da papá Checca (il CEO, 3 ore a settimana) abbiamo imparato espressioni colloquiali con animali. Tema che adoro, una ridda zoologica che molto puó dire circa il retroterra culturale di chi la usa.

E naturalmente, io non potevo esimermi dal qui pro quo linguistico. Alla frase "i monaci entrano nel tempio a passo d´oca", mi sono subito chiesta (ad alta voce, giusto perché ho dei neuroni duri d´orecchio) se fossero tonsurati ariani. Per me la Gänsemarsch sta sotto la voce "Hitler" sin dai tempi degli schemi di quarta elementare.

Dallo sguardo attonito della professoressa, capisco che il passo dell´oca non é, come ho sempre creduto, una traduzione dal tedesco. In un nanosecondo, dei monaci in fila indiana (perché semplicemente questo vuol dire) mettono in crisi una nozione che davo lapallissianamente per scontata. (Per inciso, noto che la mia sintassi oggi é piú farraginosa del solito, finiró per parlare come Google Translate, ovverosia miscelando a caso dosi a caso di lingue a caso).

Peraltro, pare che "in fila indiana" sia il solito retaggio post-colombino: i nativi americani marciavano uno dietro all´altro per confondere le orme.

Il passo d´oca, infine, qui sichiama "Stechschritt", "il passo dell´aculeo, bello dritto ed inflessibile.
Poiché le mie sinapsi non pare procedano in fila indiana (o "walk in a line", prosaici anglofoni), concluderó traducendo a spanne un estratto delle dichiarazioni di Eichmann al suo processo. Ieri era l´annniversario, e non potevo non meditarci sopra.


"Sono colpevole di essere stato obbediente. La mia colpa é di aver ottemperato al mio obbligo militare, al mio giuramento di fedeltá. Era la classe dirigente, di cui io non ho mai fatto parte, a dettare gli ordini. è alla classe dirigente che si devono imputare le atrocitá commesse contro le vittime. Ma fra le vittime si annoverano anche i subalterni. Io sono una di queste vittime. Il mio ideale di vita, come mi hanno insegnato fin da bambino, é sempre stato il desiderio di seguire principi etici. Da un certo punto di vista, lo Stato é colpevole di avermi indotto a rinunciare all´integritá dellß etica per accettare una moralitá relativa"