martedì 19 febbraio 2013

Azzurro


L´azzurro è il colore del cielo. L´insegnante di scienze a suo tempo ha provato a spiegarmi che c´entrava qualcosa la rifrazione delle onde elettromagnetiche, ma in questi giorni non posso più crederle. Da quando sono in Germania, il cielo per me è grigio o bianco, passando per tutte le possibili sfumature del lattiginoso, plumbeo, ghisa, smorto, evanescente.  Del resto, in tedesco tendono ad usare sempre e comunque “blau”, anche quando noi useremmo “azzurro”, quella parola dal suono così orientale, esotico, che evoca solo a pronunciarla qualcosa che qui porterà forse solo l´apocalisse climatica cui l´umanità lavora alacremente. 

 
Sarà per questo che quando qualcuno promette la luna, in tedesco promette “il blu del cielo” (“das Blaue vom Himmel herunter versprechen”): sarei pronta a far carte false per ipotecarmi uno sprazzo d´azzurro giornaliero, ma che dico, anche solo settimanale. Oggi durante l´ennesima sortita in bici casa-lavoro, dalle lenti appannate dei miei occhiali non distinguevo la linea fra Terra e cielo, tutto un confuso bianco sporco che ho smesso da tempo di considerare poetico. 

Non che la Bassa Bergamasca sia una bucolica tavolozza di lapislazzulo e smeraldo: il grigio dei capannoni piuttosto che dei fumi di varia natura si accanisce contro l´azzurro, ma quello strenuo, resiste, e alle volte grazia la vista con un limpido squarcio che arriva fino alle Prealpi.
Qui è più bucolico che lì: basta uscire da quasi qualunque città (fatto salva, forse, la zona della Ruhr) per imbattersi in boschi e campagna. Verrebbe voglia di “fare blu”, ovvero bigiare il lavoro o gli impegni (“blau machen”). Così i probi tedeschi, il cui riposo dopo il lavoro è sacro (Feierabend), ogni tanto si concedono un “lunedì blu” (“Blauer Montag”), dimentichi di scadenze e to do list. Certo in questo letargo dei sensi che mi provoca l´inverno, la voglia di scampagnate è ridotta ai minimi termini, e mi sono comprata al mercato turco una bella coperta azzurro sfavillante. 

Del resto, si sa, da una coperta turchese si sa mai che una fata turchina non esaudisca i miei desideri e colori un po´questo cielo bigio: credo sia un desiderio più a buon mercato che non quello di un aitante principe azzurro sul suo bianco destriero. Sarà un caso che qui è un “principe delle favole” (Märchenprinz), cautamente (almeno nella lingua) acromatico?

Percepisco la stessa prudenza quando i tedeschi sono particolarmente euforici, perché non bazzicano il settimo cielo, bensì si limitano a fluttuare sopra le nuvole (“über allen Wolken schweben”), senza avvicinarsi troppo a quelle alte sfere dove risiede, guarda un po’´, il Padre Celeste (tinta che qui, semplicemente, meccanicamente è “himmelblau”).

Insomma l´azzurro è merce rara da queste parti, per cui nessuna sorpresa se la meraviglia si tinge di blu: “sein blaues Wunder erleben”. Più azzurri sono, mi pare, giusto gli occhi degli abitanti, sia come frequenza, sia come intensità, che rimangono tuttavia semplicemente “blau”. Sará per questo che quando la filano liscia, i tedeschi se ne “escono con gli occhi azzurri” (“mit einem blauen Auge davonkommen”)?

Cosa che, calcisticamente, non gli riesce molto proprio contro gli “azzurri”: di noi, lo ammettano seppur a malincuore, hanno una fifa blu. 

Magra consolazione, ma me la faccio bastare mentre scruto verso l´alto in cerca di quelle particelle rifratte in cui non ho piú fede.

mercoledì 13 febbraio 2013

come non dito


Lasciare Berlino è sempre un trauma. Se si finisce in una cittadina sassone, ex capitale chimica della DDR, ancora di più. Per fortuna c’è sempre la lingua tedesca che, con la sua pervicacia analitica, spezia un po’ le tetre giornate. Così spulciando fra la lista delle patologie per cui la mia assicurazione sanitaria prevede rimborso spese, mi imbatto nel monumentale “Nasennebenhöhlenentzündung”, che da solo basta a provocarmi slogatura della mascella. Elementare, Watson: l’infiammazione della zona vicina ai buchi del naso. Una sinusite, insomma. Ora, da vera donna di cultura, e da vera zia di veri nipoti, non posso che pensare al serpente Kaa del Libro della Giungla, quando si lamenta di dover serpentare con la sinusite. 

Per fortuna non ho una grande dimestichezza col vocabolario di malanni ed infortuni vari, ma dovesse mai capitarmi, il camice bianco di fronte a me penserà che sono una fine conoscitrice, quando mi metterò ad usare i termini di origine classica. Perché l’ernia del disco analiticamente si chiama “Bandscheibenvorfall”, ovvero un incidente al disco intervertebrale, e la psoriasi diventa un “eczema forforoso” (Schuppenflechte). 

Ad ogni modo, alla domanda “come va?”, preferirei sfoggiare una delle mie ultime acquisizioni germanofone, ovvero “alles paletti”. Significa “tutto ok”, e una sortita nelle piazze virtuali mi suggerisce due possibili, ma non comprovate, etimologie: l’una dal verbo ebraico per “conservare”, nel senso che “tutto è al sicuro”. L’altra dal nostrano “paletta”, ovvero “tutto liscio”.

Auguro al mio interlocutore di poter sempre rispondere con “dito”. E anche questo pare sia un prestito via italicus, seppur non ha niente a che vedere con parti anatomiche, e ancor meno con gestacci associati. L’ho trovato spesso curiosando nei commenti di FB, e sospettando una qualche abbreviazione da linguaggio informatico, sono invece incappata in un derivato di “detto”. “Dito”, sta, infatti, per “anche io”, “come dici tu”, e deriverebbe dal “detto” italiano, probabilmente diffusosi insieme ai nostri mercanti quando contrattavano i prezzi.

Un po’ come l’effetto Lombard (Lombard Effekt), che consiste nel diventare striduli cercando di alzare la voce,  ma che non è stato esportato da nessun co-regionario mio, bensì da un certo ornitologo francese. Un esempio di Verschlimmbesserung, ovvero di un’azione intrapresa per migliorare qualcosa, ma che finisce solo per ingarbugliarla ancora di più (Verschlimmerung + Verbesserung). 



Germanizzandomi?


“Ti va di guardare Tatort?” Prima o poi, come temevo, la domanda sarebbe arrivata. Puntuale ed implacabile, lo scotto (fra gli altri) da pagare quando la (dolce?) metà è crucca. Tatort (o “Scena del delitto”) per me era sempre rimasto una leggenda, un rito cui si sottopongono amici e colleghi ogni domenica. Un po’ come per me, quando rientro, la polenta d’inverno con Linea Verde o la pizza col tenente Colombo in versione estiva. Dal 1970 i germanofoni di Teteschia, Svizzera ed Austria, ogni domenica alle 20.15, possono seguire le avventure di svariati team polizieschi. I canali dei tre Paesi ci si sintonizzano ed ogni settimana propongono un episodio ora da Stoccarda, ora da Vienna, ora da Berlino, in una teutone ecumene televisiva che non conosce declino. 



Ho sempre pensato che fosse questione per altri, ed invece è toccato anche a me. Inutile nicchiare, mi ci sono sottoposta con antropologico puntiglio, ripromettendomi la solita osservazione partecipata con nobil distacco. Ed invece, ironia della sorte, l’episodio m’è pure piaciuto. Per mettere alla prova la mia pazienza, ho beccato una puntata ambientata a Lucerna, quindi con cast svizzerofono e per me difficile da capire del tutto. La coppia di attori centrali vedeva un commissario panciuto e asociale, infilato perennemente in uno smanicato omino michelin, e la poliziotta lesbica, che arrivava sulla scena del delitto mezza sbronza. Complici i bagordi del Rosenmontag, il lunedì grasso di Carnevale che in mezzo mondo germanofono è un vero e proprio trionfo di colori, quasi insospettabile a queste latitudini. La serie di delitti avveniva entro una gilda, il killer un ex membro che aveva inscenato un suicidio per poi vendicarsi dell’estromissione, dovuta alla tossicodipendenza del figlio. Regia essenziale, niente effetti speciali, nemmeno battute epiche. 

Insomma, ho avuto il mio battesimo di fuoco sulla via della germanizzazione. Ma strenua resisto, temendo l’irreversibilità del fenomeno. Oltre al periodico pellegrinaggio in patria, per sciacquare i panni al Serio e ritemprare le papille gustative,  ho ancora remore su alcune delle estrinsecazioni della Zweisamkeit (vita a due). Ad esempio, la Spielabend con incorporato Mitkochen. La Spielabend è un ritrovo a cadenza fissa (che ne so, una volta alla settimana), di solito fra coppie di coppie, che prima cucina insieme, poi magnano e giocano. Mi è capitato una volta, messa alle strette: prima una partita a Memory, poi a Scarabeo. A Memory, constata la mia Caporetto, ho cominciato a scoperchiare 4 carte insieme, ma subito la compagine crucca si è imbizzarrita, e a nulla è valso il mio tentativo di spiegare che, comunque, il gioco era già finito, non avevo più modo di rimontare. 

Nessuno ha voluto mit-barare, così abbiamo deciso di andarcene tutti a mit-dormire. 

giovedì 7 febbraio 2013

I gatti sceglierebbero Whiskas, e “Martin Lutero alloggerebbe qui”


I gatti sceglierebbero Whiskas, e “Martin Lutero alloggerebbe qui”, come pubblicizza il Best Western. Dalla città dove è conservata la maschera funeraria di quel Martino che tanti grattacapi causò all’Europa, ho passato 3 giorni in quella dove, tra un colpetto di chiodo e l’altro, tutto ebbe inizio. Wittenberg è una cittadina di 40.000 abitanti stile parco a tema intorno al buon Lutero, e ad onor del vero si chiama Lutherstadt Wittenberg. 


Poco poterono secoli di Controriforma: nemmeno ricordare che il  vero nome del cosiddetto riformatore era “zoccola” (Luder), o diffondere la vulgata secondo cui le 95 tesi furono concepite in un vespasiano (ancora visibile nelle fondamenta del monastero di Lutero): oggi questo paesotto senza grande charme è meta di pellegrinaggio sin dal Nord America. Certo a Lutero e ai suoi eredi i santi e la Madonna non sono mai garbati molto, e così il centro cittadino ruota intorno alla vita e alle opere di chi (insieme a The Man) diede il via a mille nuovi religioni (come piaceva ricordare ai cattolici, il destino delle Chiese riformate pareva essere quello di suddividersi all’infinito in unità sempre più sparute). 


Causa della mia gita fuoriporta (sempre di Sassonia Anhalt trattasi) la cosiddetta Winter School, una tre giorni di intensi seminari accademici e altrettanto intenso sbafare a spese dell’istituto cui afferiamo. A caval donato, si sa, non si guarda in bocca, così passi se qualunque cosa ci arrivi nel piatto sguazza in grasso liquido di non precisata natura. Tutto riluce di Maggi, Knorr e Fix und Frisch, e lasciare nel piatto gli avanzi non servirebbe a molto, perché il sospetto è che quanto non si ingolla al momento venga riproposto nella zuppa del giorno dopo


Alloggiamo alla residenza universitaria “Leucorea”. Wikipedia può così provare a convincermi che fu il capriccio classico d’aver voluto ribattezzare “montagna bianca” (Wittenberg) con un tocco di grecismo: a me il nome ricorda solo la quasi omofona e omografa malattia. L’aria è quella di un ospedale austero, o forse sono i fumi della digestione, e all’esterno una serie di pannelli ricorda i nomi di chi transitò nei gloriosi ranghi dell’università fondata nel 1502. Certo nessuno può brillare più dell’idolo di casa, ma zompettando fra i nomi si ritrova Giordano Bruno, che forse avrebbe fatto meglio a non tornare a più focose latitudini, ma anche Anton Wilhelm Amo, primo africano in un’università europea. Sulla mappa d’Europa appesa all’ingresso, uno sticker dell’eroe di casa troneggia inghiottendosi tutta l’Europa e mi pento di non avere con me una macchina fotografica. Mentre saggio quanto regge la colla, la signora che distribuisce le chiavi delle camere mi ammonisce di lasciare come trovo. Insomma, la mia matrice papista dovrà rassegnarsi, almeno per un po’, alla vittoria senza campo del luteranesimo. 


Nel pugno di metri lungo cui si snoda il centro, oltre a delle statue, anche la casa di Melantone (a me è sempre piaciuto di più il suo cognome originale, così mi è sempre sembrato a metà fra un succo o, in latino o crucco, un compare di Tonio Cartonio) e l’atelier dei due Cranach, pittori ufficiali della Riforma. Purtroppo non riusciamo a farci un salto, resteranno in agenda per una puntata futura, magari senza bufera di neve. 
Quanto alla chiesa della discordia, ahimè, non solo non è una gran beltà, ma è tutta ingabbiata in transenne e impalcature. Nei pochi momenti liberi, tentando una digestione ambulante, proviamo a più riprese un’incursione, ma non c’è niente da fare: non ci sarà concesso vedere la tomba della star locale. Tuttavia, seppur la combinazione spatzle con brasato e raffica di presentazioni accademiche un po’ mi annichilisce, non posso che fermarmi qualche secondo davanti al portone, dove le tesi un tempo affisse sono state riprodotte. Per un attimo penso al sogno dell’unità di fede spezzato, rincorso per almeno due secoli a suon di guerre, rivolte, roghi, concili, propaganda, e per quanta umanità quella porta tutto sommato senza pretese è stata fatale. È solo un secondo, la collega cinese mi spiega qualcosa sulla falange del dito di Buddha spostato in un nuovo tempo a Xi’an per poter raddoppiare il biglietto d’ingresso, e torno a crogiolarmi nell’eurocentrica illusione della tolleranza.


Del resto, quando cercherò di ricordarmi di Wittenberg, penserò piuttosto all’unico altro vanto della cittadina: il pub dove lavora il miglior barman di Germania, ovviamente si chiama Martin (Kramer, però). Il pub si chiama “Bitter-süß” (dolce-amaro), come lo sguardo che getto sulla statua dell’ex suora Katharina von Bora. Sulla via della stazione incrocerò di nuovo un cartonato di suo marito, stavolta che regge l’insegna di una birreria: provo ad immaginarmi San Francesco che fa da consulente alle guide del Gambero Rosso e poi torno, mestamente, alla mia lotta personale contro la triade Maggi-Knorr-Fix und Frisch.

martedì 29 gennaio 2013

Sir Pilade, acque mirabolanti e prestazioni sociali



A queste latitudini, è risaputo, la socialità è spesso proporzionale al rischio di coma etilico. Così dopo il seminario del lunedì, si finisce sempre in un manipolo più o meno ristretto ad uno dei (pochi) pub che Halle offre. E il potere di collante della birra si rivela in tutta la sua forza: transgenerazionale, transdisciplinare, translinguistico.

Ieri al tavolone sedeva un attempato professore giunto da Lipsia che ha sventolato per tutto il tempo, tra un trangugiamento di crauti e l´altro, una lista di toponimi ungheresi, polacchi e cechi per dimostrare come a tali nomi corrispondano determinati sistemi economici. Di fronte a lui, Sir Pilade. Ho provato tutta sera ad immaginarmelo corrispondere al suo triplice e vero nome, H.G.S., ma niente. Avrei voluto versargli del vino sui baffi per vedere se reagiva come il personaggio de “La Spada nella Roccia”, ma mi sono limitata ad ascoltare quanto aveva da dire sulle sparate berlusconiane di ultimo conio.

Poi c´era il triumvirato slavo, con rappresentanti dalla Russia, dalla Bulgaria e dalla Slovacchia, una punta di Estremo Oriente e la nutrita compagine teutone, ognuna tuttavia fiera portatrice di un campanilismo più o meno belligerante. Il grande H. ha buttato sul tavolo lo spinoso problema della discriminazione da boutique che lo affligge in svariate parti del globo, dove per avere abbastanza centimetri di stoffa in senso verticale, gli tocca sempre finire nelle taglie XXL che (ma solo per ora, direi) non riempie ancora in senso tridimensionale.

In sottofondo al nostro chiacchiericcio, via via più scomposto con il ticchettare della lancetta, il martellare frenetico proveniente dalla cucina, perché la Wiener Schnitzel va servita sottile, al diavolo l´inquinamento acustico. Nella stanza a fianco, per caso ritroviamo la segretaria, che in tutto candore si lamenta del suo blind date e svicola da noi ad ogni pausa sigaretta (per fortuna non è uno di quei pub ad affumicamento consentito). In Italia avremmo tutti canticchiato la sigla di Carramba che Sorpresa, qui nessuno si stupisce più di tanto, del resto internet è uno degli altri antidoti alla resilienza sociale particolarmente pervicace e diffusa.

Ora, sulla definizione di asocialità si può discutere, chiaro. Non vorrei addentrarmi in pericolosi tentativi sociologici, ma solo ribadire una conclusione molto empirica: i crucchi sono ostici ai primi incontri. Sono gentili, ti danno una mano se ti si sgonfia la bici, sono molto informativi circa orari dei treni e reperibilità di bibliografia e se non vengono al lavoro non han problemi a specificarti i dettagli della loro gastroenterite. Ma restano conquiste per spiriti impavidi, serve una pianificazione a lungo termine, un accerchiamento paziente senza blitz troppo diretti, fatto di inviti a casa (meglio se a base di tiramisu e/o lasagne), sessioni di cucina, (s)montaggio mobili, visite a musei o attività sportive collettive. Insomma, per entrare nella lista di amici serve un minimo di sforzo, perché l´alzare il gomito aiuta, ma non basta, serve guadagnarsi un posto nel loro Zeitplan con azioni concrete, miranti ad un fine.

Spossata dal ritmo alcolico, ho concluso la serata avventandomi sull'unica cosa commestibile rimasta in casa. Si trattava, ahimè, di un obolo ottenuto da una delle sessioni di cucina casalinga di cui sopra, rispondente alla sinistra descrizione di “baguette preconfezionata con burro alle erbe”. Per digerirlo, come ultima ordinazione al pub, avevo preventivamente pensato di bermi della “Leistungswasser”. Ebbene, ho quindi chiesto un´acqua “da prestazione”, complice una sibillina S di troppo, pronunciata per insondabili motivi. Ora, dover digerire quella baguette è certo una prestazione, ma quello che volevo era, tuttavia, la disdicevole “Leitungwasser” (acqua del rubinetto), con gran basimento degli astanti. Sir Pilade non ha mancato di rammentarmi che qui sono “unter Hunden”, fra cani, che a quanto pare nella ciotola lappano birra.





giovedì 17 gennaio 2013

Schegge da Halle


A Berlino bastava una pedalata per essere al di qua o al di lá del Muro. Halle era (ed è) tutta ad Est, ma preferisce ignorare il suo recente passato di centro dell´industria chimica pesante: ne lascia il ricordo ai tetri Plattenbauem che si rincorrono nei quartieri periferici, dove neonazi e (pochi) stranieri si contendono la scena. Preferisce fregiarsi di una delle università piú antiche di Germania, crogiolarsi nella sua piazza del mercato dove troneggiano la statua di Händel e la torre col complesso campanario piú antico d´Europa.
Ed è cosí che mi ritrovo alla scrivania del Max Planck Institut per la ricerca antropologica, storica ed archeologica, punto d´approdo di studiosi e ricercatori di mezza Europa, che qui vengono richiamati da un ricco patrimonio di "cultura materiale" preistorica e medievale, e da una solida tradizione di studi nella disciplina.

Insomma: a fare i pendolari tra universitá, centri di ricerca e le loro appendici, ci sarebbe da ridire solo del clima implacabile, che registra sempre i record nevosi della Repubblica Federale.
Certo ogni ambiente di ricerca è un po´un involucro protettivo che attutisce l´eco del mondo esterno: per fortuna le incombenze della vita pratica impongono di montare i mobili Ikea, allacciarsi alla corrente, fare la spesa, visitare l´anagrafe. 

Appena messe le grinfie sulle chiavi della nuova casetta, mi sono precipitata a procurarmi l´Anmeldung, quel pezzo di carta che è la chiave a tutti i servizi cittadini. La solerte, spaziosa funzionaria ha suggellato il mio diventare Halunke. Perché a dispetto delle dimensioni modeste, qui ci sono gli Halloren, cioè chi vanta radici ancestrali nella cittá, i discendenti di chi estraeva il sale, oro bianco di queste parti, poi gli Hallenser, ovvero i borghesi venuti in cittá a far fortuna sulle spalle dei primi, e infine quelli come me. Tanti Hallunke sono studenti o accademici, e fra gli illustri Hallunke la cittá vanta il filosofo Wolff,  il giurista Thomasius e  il teologo Francke.

Con il mio bravo documento ho ottenuto anche un inaspettato omaggio: un´entrata gratis a due per un concerto classico, una piece teatrale od un´opera. Nell´immaginario collettivo teutone, sächsisch ist nicht sexy (ma ci sarebbe da disquisire se esiste anche solo un accento tedesco orecchiabile) e qui si è sperduti nella pampa. Ma stretto tra il fiume Saale e il borgo di Giebiechenstein, il centro cittadino offre perle inaspettate a chi ha la pazienza di inerpicarsi tra salite, strade sconnesse, buche traditrici. Certo sono perle di provincia, e a chi venga da Berlino dove la sera i piú puntuali cominciano ad uscire verso le 22.00, la cittá non puó che sembrare un sonnacchioso ibrido di mostri socialisti e antiche glorie settecentesche. 


Anche chi volesse ammirare la sinistra maschera funeraria di Lutero dovrebbe adattarsi agli orari del Duomo cittadino, che solo gelosamente permette l´entrata. Ad Halle e dintorni di Lutero e i suoi tiri mancini al papa van fieri, e qui l´Università lo ricorda nel nome: anzi nel nome ufficiale (Martin Luther Universität Halle Wittenberg) compare la famosa Wittenberg, forse una delle porte piú menzionate nei libri di storia.
Sulla porta di casa mia dubito si potrebbero affiggere tesi: ho giá avuto un bonario richiamo da parte dell´amministratore per aver incollato il mio nome a citofono e cassetta della posta in fretta e furia, senz´attendere che fosse lui a forgiare una precisa etichetta. I muri domestici, invece, sono cosí spessi che nemmeno il segnale ADSL riesci a scalfirli, e ovviamente la lavatrice troneggia in cucina e non in bagno, come da prassi teutone.


Una preliminare ricognizione delle offerte gastronomiche punta tutto ai vicini ex sovietici: ristoranti cechi, specialitá ungheresi e baracchini polacchi sono comuni come le praline ripiene di qualunque cosa (cocco, Guinness, arancia, semi di papaverp) che si vantano tra i prodotti tipici della cittá. Leitmotiv, manco a dirlo: suinocrazia declinata in tutte le possibili variazioni sul tema, con predilezione del salsicciforme. Ma si sa che noi italiani arriviamo dappertutto, come mi conferma il fitto vocio siculo che rimbalza nel freddo fuori il “Da Luca” o l´accento romano dei camerieri del “Da Salvatore”. 


A 20 minuti di treno strizza l´occhio Lipsia, sempre piú osannata come la nuova Berlino, oasi di artisti e startupper squattrinati, e poco piú in lá Jena, Gottinga, Magdeburgo e tutta una seria di cittadine della cosiddetta “Mitteldeutschland”, che si stiracchia tra Turingia e Sassonia, tra un wurst e un cetriolo sottaceto. 

Allettanti premesse per non farmi narcotizzare dalle lusinghe di giornate spese fra conferenze, ricerca e seminari. Stamattina mi sono svegliata con una presentazione sulla tradizione poetica kirghiza, mentre mi chiedevo ossessivamente se avevo spento la macchinetta del caffè, preso il kit di sopravvivenza del ciclista a -8 (e su strade ostinatamente lastricate e non asfaltate, probabilmente da un burlone ubriaco) e se avevo ancora pasta in dispensa. 

Al netto della mia inarrivabile maestria nel perdere tempo e spiaggiarmi in (in)attivitá assolutamente inutili, queste prime due settimane da dottoranda possono solo dirsi positive. Dopo la fuga dall´ambiente accademico patrio e un anno da colletto bianco in una cittá come Berlino, sirena il cui canto continua a stregarmi, ho trovato un lido laborioso, colleghi variegati, insomma una chance. Siamo in 12 dottorandi: 4 storici, 4 archeologi, 4 antropologi, ognuno col suo fil rouge di ricerca, ognuno convinto di aver qualcosa da dire e da dimostrare, almeno quando é in giornata buona. C´è S., lo svevo che sembra il fratello di Pocahontas che partirá per una ricerca sul campo in Uzbekistan con la moglie croata e il figlio di un anno; E. l´americana pentita che mentre lavorava in un campo profughi in Palestina, si è innamorata di R. e lo ha quasi rapito per portarlo fin qui; L. la minuscola hongkongina dall´immenso valore sul mercato matrimoniale cinese, che peró lei vuole rifuggire; H. che ha i parametri invertiti rispetto a L. e ha il pallino delle tombe del III millennio a.C. Poi bé, ci sono io, quel tocco di Mare Nostrum che fluttua nel Mare Magnum del "che fare?" (senza alcun dotto riferimento zarista, ahime) e deve meritarsi la chance di cui sopra.


Poco fa, per distrarmi in modo alternativo, ho curiosato negli armadi del mio ufficio: ci ho trovato un libro in vietnamita, appunti in russo e un misterioso set di mazze da polo. Magari dopoil disgelo... Insomma, mondi paralleli: quello ovattato e autonomo dell´edificio tardo settecentesco e dei suoi gangli, discreti ma alacri, sparsi per la cittá, eppur autoreferenziali, e quello della Halle vera, fatta per viverci e non solo per studiarci, con la sua periferia inguardabile e i cognomi che tradiscono un´ereditá e uno slancio ancora vivissimi con i vicini dell´Est. Del resto, anche qui in Istituto non si contano i figli- seppur imparati- di Grande Madre Russia, e fra i centri di ricerca piú prestigiosi si conta quello di antropologia per la Siberia e quello per la Storia della Polonia.

Solo qualche sparuto kebab gestito perlopiú da vietnamiti che servono anche cucina panasiatica e pizza,le scarlatte filiali della Sparkasse e il flusso senza sosta dei ragazzi che col car sharing fanno la spola con Berlino, mi ricorda che la capitale è, in fondo, a meno di due ore di distanza.
Ci continuiamo a re-incrociare Berlino, la mia ancora ancora non vuole salpare dai tuoi sporchi vicoli e dalle tue grandiose Allee, dal puzzle dei tuoi abitanti e dalle contraddizioni delle tue lusinghe. Ma, in fondo, mi sento una privilegiata, una di quei tanti studenti che, fossero rimasti a casa loro, avrebbero avuto timore reverenziale a bussare alle porte dei loro professori e qui ci discutono per ore intorno una birra.  Dunque, a noi due, Halle: non sará certo l´accento piu dileggiato di Teutonia a impedirmi di provare a ca(r)pirti, e spero che non mi contagi quella malaise da anacoreta d´alto bordo di chi pensa che sguazzare solo fra sudate carte sia stigmate di elezione e inarrivabile virtú.


giovedì 10 gennaio 2013

Thoughts from the pampa

some call it the pampa, this corner of former DDR which (undeserved?) luck gently blessed and prevented from becoming yet another piece of tabula rasa of WW II.
i call it pampa what is going on in my supposed brain right now. thoughts are cramming my mind and jostling to impose me action, all resulting into a prolonged numbness which leaves me exhausted even if i accomplish nothing.
i stand in front of a series of question marks and do not know which way to unfold them.
i feel the deadly attraction of what i think it´s called education- or culture- and any time i dare to dip my insecure hand into it, the monstrous size of its holiness pushes me back. i bounce back to my pampa and bang my head against reality, which is made of hour, minute and  even second hands unflappably ticking on the silence from which i try to scream.
faces around me look to educated, too slick, too cunning, too...faces.
my most sought after desire is so simple and childish i do not dare to confess myself this is really what i want. i let time drizzle away and break it down into smaller unities to try and arrange my void around it.
after all we only measure time when we are aware of it and cannot be overwhelmed by action.
i glance at my mental pampa and sigh, yet again, at the echo of my useless thoughts.