giovedì 12 giugno 2014

Di pelate



Quando dalla capoccia di un uomo si cominciano ad intravedere i pensieri, si sa, la strada è in discesa verso la pelata, calvizie, fronte alta. Insomma, “der Kopf wächst durch die Haare” (la testa cresce fra i capellI”).

Mettetela un po´come vi pare, ma non riusciremo mai a coniare un termine elegante come quello crucco.  Come al solito, ad ogni problemino estetico si ovvia con una scusa: pochi capelli, si dice, tanto testosterone, come nella botte piccola c´è il vino buono etc etc. E anche per i tedeschi il crine che recede deve essere camuffato con una perifrasi che lo associ a qualcosa di cui potersi vantare. 

Cosí a stempiatura è “Geheimratsecken”, ovvero gli angoli del consiglio privato. Eh sí, criniera che se va, saggezza che arriva, cosí che i consiglieri piú vicino all´imperatore erano probabilmente tutti uomini di una certa etá. Della stessa razza, ma dal sapore meno assolutista, anche il “Ministerwinkel”, gli angoli del ministro, e Ratsherrenecken”, gli angoli del consigliere. 

Che la pelata sia garanzia o meno di senno, alle volte é frutto della consunzione coniugale e di tutti i grattacapi che si porta appresso, come indica “Ehestandsecken”, gli angoli del matrimonio.

Per i prosaici, il termine piú comune è “glatzköpfig” oppure “eine Glatze haben”. Elementare, Watson: deriva da “glatt”, liscio. Avvicinandosi ai trenta, tuttavia, si collezionano sempre piú calvi fra le cerchie di amici, e serve equipaggiarsi con una serie di sinonimi, giusto per avere variazioni sul tema. Inequivocabile “Platte”, cioè lastra, spianata. Un tocco piú elegante consentono “gelichtet” (diradato) e “kahl” (brullo). 

Quest´ultimo termine in combinazione con “geschoren” è la rasatura a zero cui molti consiglieri privati ricorrono per dare una parvenza di  volontarismo a quanto, invece, è spesso solo il decorso di madre natura. Finiranno, probabilmente, kahlschlag, completamente diboscati. 

Ognuno ha i suoi gusti, ma di certo giá i buoni, vecchi greci con “alopecia” si buttavano sul metaforico, alludendo alle volpi che ciclicamente perdono il pelo. 

Per consolarsi, ci si puó sempre ripetere che “col vento è meglio una pelata di una parrucca” (“Eine Glatze ist im Wind besser als eine Perücke”) .


-------------------------------------------------------------------------------------------------
Grazie all´indefesso lettore Federico, muso ispiratore di questo pezzo. (su segnalazione,  sicuramente vanta una chioma invidiabile).

venerdì 30 maggio 2014

Salsiccia in tutte le salse








Signore e signori, oggi „es geht um die Wurst“. Ebbene sì, quando si parla di questioni cruciali, in tedesco si tratta di salsiccia. L´onnipresente Wurst, patrio e versatile orgoglio culinario o dileggiato simbolo di vetusta germanitá cui si preferisce del tofu, ha una certa duttilità anche a livello linguistico. Del resto, tutto ha una fine, solo il Wurst ne ha due  (“Alles hat ein Ende, nur die Wurst hat zwei”) e quindi permette un´infinita serie di combinazioni sia nel piatto, sia nelle espressioni idiomatiche.  Lo dimostra  Hans Wurst, personaggio della commedia tedesca che simboleggia il contadino qualunque e sempliciotto, tanto che oggi dare dell´”hanswurst” significa dare dello stupido

La salsiccia è l´emblema della socialità germanica: al primo raggio di sole si è tutti intorno ad un bel barbecue all´aperto e ognuno a turno sta alla griglia. Per questo se qualcuno è particolarmente gentile e amabile nei vostri confronti, potrebbe fare un´eccezione e arrostire un Wurst solo per voi (“jemandem eine Extrawurst braten”). Ritenetevi fortunati, avete avuto “culo”, o alla tedesca, avete avuto maiale (“Schwein haben”). 

Accompagnamento immancabile è il pane, ma in tempi di magra anche senza si lascia apprezzare (“in der Not schmeckt die Wurst auch ohne Brot”). Non è però vero il contrario, perché se qualcuno vi ruba la salsiccia dal pane, beh, in Italia vi starebbe rubando il pane di bocca (“Jemandem die Wurst vom Brot nehmen”). 

Se da noi si va di carboidrati dando pane al pane e vino al vino o finendola a tarallucci e vino, in Germania sarebbe meglio che le salsicce stiano con le salsicce, che non si comparino cioè pere con le mele, come dice ogni buona maestra elementare quando spiega gli insiemi (“Wurst wider Wurst”). 

Insomma, pur riconoscendone l´essenzialità, il Wurst è spesso sinonimo di qualcosa che si trova sempre e comunque, di non particolarmente squisito o raffinato. Così il nostrano “non me ne frega niente” si traduce con “es ist mir Wurst” (o anche “Wurscht”). Addirittura se uno è sempre apatico ed indifferente, la diagnosi è “Wurstigkeit”: nei casi più disperati chi ne è affetto potrebbe non riuscir nemmeno più a prendersi la sua salsiccia dal piatto (“keine Wurst vom Teller nehmen”)  . Per raffazzonare, fare le cose un po´come capita, si dice che “si salsicceggia” (“es wird weitergewurstelt”) e chi si trascina senza combinare granché, cazzeggiando, come dire, userá il verbo “durchwursteln” o “herumwursteln”. 

Per provare a dare un tocco di sapore in più alla salsiccia magari venuta insipida c´è sempre la senape, cosí qualcuno che voglia sempre dir la sua e metter becco sará qualcuno che “seinen Senf dazu gibt”. Il saputello di turno è capace pure che poi si immusonisca se gli si fa notare che la sua opinione non è sempre e comunque richiesta, in tal caso fará la salsiccia offesa (“die beleidigte Wurst spielen”). 

Infine un parallelo tra il culinario e il sociologico, perché se da noi potrebbe anche essere meglio un uovo oggi che una gallina domani, l´etica del lavoro luterana suggerisce piuttosto di privarsi della salsiccia se c´è speranza di poter agguantare del più raffinato prosciutto poi. (“mit der Wurst nach dem Schinken werfen”). 



Certo, sono pillole di saggezza dal sapore antico e premoderno, probabilmente coniate quando tutti noi ancora nuotavamo nel calderone del Wurst di Abramo, ovvero ancora non eravamo nati (“noch in Abrahams Wurstkessel schwimmen”). In questo caso, addirittura, il riferimento è biblico e paragona il nascituro alla salsiccia, la vita al Wurst. 

Verrebbe quasi da dire che, quando si disquisisce di salsicce, almeno in Germania c´è pane per proprio tutti i denti.   

giovedì 8 maggio 2014

Pillole di saggezza & sturalavandini



Il lusso del dottorando é che è un po´un Michelasso: mangia, beve e va a spasso. In combinazioni diverse e ordine sparso, e con il ciclico blocco dello scrittore, quando si contempla l´opzione di farsi monaco in Tibet, o il giro del Guatemala in autostop, o di riciclarsi come modella per taglie comode in Thailandia piuttosto che fissare per ore i pixel tremolanti dello schermo che dovrebbero tramutarsi in tot battute, pagine etc. 

Zompettando fra un dubbio esistenziale e l´altro (talvolta si chiamano “conference papers”, talvolta “capitoli da strutturare”, con la primavera anche “ma perché  di nuovo un crucco?”), devo trovare qualcosa cui aggrapparmi, una parvenza di progresso nel mio bagaglio di saggezza. Del resto i 30 sono ancora a distanza di sicurezza, ma è una distanza che si sgretola fin troppo in fretta e vorrei arrivarci proclamandomi “weiser”.
Da non confondere con il quasi omofono “weißer”, che invece mi farebbe ancor piú muso pallido di quanto non sono, visto che “weiß” è bianco. La saggezza è la “Weisheit”, ma per ovviare a qui pro quo dal sapore eugenetico, per il biancore si opta per “Blässe”. Imparato naturalmente sul campo dato il mio rapporto problematico con i libri di grammatica: informando un amico di una lettura serale, ho concluso sperando che mi “rendesse piú bianca”. L´amico in questione, con l´unica scusante di essere un valligiano svizzero e quindi di parlare un tedesco tutto suo, non ha salvato la situazione augurandomi di essere Waise, altro quasi omofono ma che sta per “orfano”.


Bianco, peraltro, è il colore che la fa da padrone in qualunque menú della Bundesrepublik da aprile a giugno, dalle bettole ai ristoranti che se la giocano per le stelle Michelin. È la Spargelsaison, il trionfo dell´asparago bianco coltivato sul patrio suolo, orgoglio nazionale al pari delle bionde (birre e non), delle salsicce e dei crauti. Non ce n´è, manca solo che lo intingano nel latte a colazione e poi è onnipresente. Per cui, sappiatelo: un invito a cena da ogni buon crucco che si rispetti prevederá una massiccia dose di asparagi, serviti in una burrosissima “sauce hollandaise”, come contorno alla carne o in zuppa, ma insomma sono variazioni sul tema. Per svignarvela potreste sempre sfoderare l´asso dell´ignoranza linguistica, come- senza consapevolezza- feci io a suo tempo: Spargel è praticamente come Spargeld. Per cui, per me, era la stagione dei risparmi da mettere nel salvadanaio.

Ahimé al cambio stagione i soldi tocca un po´spenderli, quando il sole finge di far capolino e promette di rispettare, prima o poi, il calendario. Cosí ci si piega allo shopping per vestiario, e la mia nuova conquista linguistica è lo splendido composto teutonico “Schaufensterpuppe”. Eh sí, perché il manichino è una “bambola per la vetrina” e la vetrina, a sua volta, è una “finestra per guardare”, ergo il manichino é una "bambola per la finestra dove si guarda". Le finestre ordinarie, si sa, non son fatte per sbirciare, per questo sono di solio senza tende, perché il rispettoso crucco non oserebbe mai buttar l´occhio e fare del voyeurismo. 

Beandomi di qualche raggio di sole traditore, ieri sera sono uscita in versione  primaverile hardcore e sono stata punita. Ovviamente ha piovuto giusto mentre ero in sella e ho sorbito la mia birra serale fra un singulto e l´altro. Ma non tutto il male vien per nuocere, come dire “singhiozzo” ancora mi mancava: “Schluckauf”, ovvero una interruzione del normale processo di deglutizione.

Ma la vera perla di saggezza, quella che segna un piccolo, ma ragguardevole traguardo nel percorso della conoscenza è la varietá linguistica per indicare una sturalavandini. Saró pur prosaica, ma è uno strumento che puó sempre tornare utile. Un sondaggio fra amici e conoscenti ha diffuso il panico: ognuno aveva una sua versione per chiamare l´aggeggio, e nessuno sapeva esattamente se la sua versione fosse canonica o solo dialettale. Un consulto incrociato e un click sui wikipedia hanno ristabilito una parvenza d´ordine, per cui se vi infilate da Rossman potete chiedere senza timore un Plömpel. Meno colloquiale è il Saugglocke, la campana che risucchia, ma una commessa scrupolosa potrebbe portarvi una ventosa per ostetriche, che si chiama allo stesso modo. In tal caso, chiedetele un Klostampfer, marcando bene “Klo”, perché altrimenti vi recapiterá uno schiacciapatate. Infine, per andare sul sicuro, sfoggiate la versione piú descrittiva, prendete fiato e reclamate un “Haushaltssaugglocke
 http://www.homersimpsonwallpapers.com/wp-content/uploads/wallpapers/homer_with_plunger_on_head_wallpaper-336x336.jpg
Armata di  una "campana  succhiatrice per le faccende domestiche", niente piú puó intimidirmi, e speriamo che serva a sturare anche il groviglio a livello di sinapsi.

lunedì 17 febbraio 2014

Metti un giorno un WG-Party...

Prendi una primavera precoce e la pausa fra i semestri e anche Halle si ravviva con un tocco da ridente borgo: Händel scruta il fiume Saale, sperando non gli rovini il festival di maggio, e gli studenti scandiscono il ritmo degli esami a suon di WG-Party.

Con una certa malinconia dei tempi che furono, ne approfitto anche io e mi infilo volentieri nelle stanze di appartamenti condivisi che diventano, all´occorrenza, spazi di socializzazione.Del resto, la durata media di un percorso universitario crucco é clemente con la mia etá che avanza, e spesso sono coetanea di chi é ancora alle prese con libretti e bocciature. Il trucco é conoscere uno di quegli studenti che, con gran spirito di condivisione, appena viene invitato ad una festa comincia a spammare l´evento su Facebook ed ogni possibile mezzo di comunicazione. Col tempo, poi, ognuno si seleziona il suo "Party Maus" di fiducia, quello i cui inviti sono una garanzia di qualitá, a secondo dei gusti.



Il party Maus é l´alter ego del topo di biblioteca, che peró in tedesco é un "verme dei libri" (Bücherwurm), insomma l´amico che saltella da una casa all´altra e poi finisce in qualche locale aperto fino a tardi. Nel caso di Halle, la rosa é limitata, e di solito il festaiolo consuma le sue ultime energie al FlowerPower, discoteca di poche pretese e buttafuori poco meticolosi.

Ogni WG-Party che si rispetti prevede una sincronia dei suoi abitanti, che si danno alle pulizie preventive e poi ad un minimo di predisposizione degli spazi. La stanza piú vicina all´entrata funge da guardaroba, un´altra con strategico spostamento di mobilio si improvvisa pista da ballo, in una piú appartata si metterá qualche candela e una luce soffusa per chiacchiere distese. I WG piú affiatati lanciano anche un tema: ad una festa di studenti di veterinaria ci si veste da animali, al compleanno di un pasionario della Linke é d´obbligo il rosso, ad un house-warming (Einweihungsparty) si metterá solo musica trash.



Conoscere i Party-Schmeißer (gli organizzatori) o la ragione specifica della festa non é fra i requisiti indispensabili. L´enunciato minimo é : indirizzo e "bei XY klingeln", ovvero sapere a che campanello suonare, anche se spesso un cartello piú o meno ironico indica ai viandanti in cerca di spasso le coordinate precise della festa. Non é raro imbattersi in avvisi appesi all´ingresso del palazzo, che chiedono venia (e permesso) ai vicini di far rumore fino a tardi senza l´interferenza di qualcuno in divisa.

Naturalmente fulcro della serata sono bevande e cose da sgranocchiare (zum Knabbern). Vige la norma del "BYOB", ognuno porta qualcosa e contribuisce al patirmonio collettivo, anche se é carico degli organizzatori fornire una base adeguata di alcool. Di solito la vasca si trasforma in frigorifero, cosí appena mollate giacca e scarpe, ognuno vi fa pellegrinaggio per depositare la sua bottiglia e prelevarne un´altra. Nel mio WG berlinese, dopo ogni bevuta collettiva degna di nota, si raccoglievano le etichette  piú disparate per decorare la parete del bagno, cosí ogni piastrella diveniva una sorta di memoriale alle bionde, orgoglio nazionale.

 

Il codice deontologico prevede anche il saluto e la stretta di mano con i padroni di casa, che vengono alla porta ad aprire e se non sono ancora sbronzi, si informeranno di chi siete e chi é il vostro gancio per il party. Se si arriva entro le due ore dall´inizio ufficiale delle danze, é incluso un veloce tour dell´appartamento, eventualmente anche un giro di presentazioni con gli astanti.

Il rito prevede poi la vana ricerca di un apribottiglia, che giá dopo la prima mezz´ora diventa il Sacro Graal della serata. Ma l´homus teutonicus (e anche la donna) sanno bene come ingegnarsi con forchette, accendini e talvolta perfino a mani nude. Altrimenti basterá adocchiare il MacGyver della situazione, quello che attaccato al portachiavi ha sempre anche un apribottiglia, un coltellino svizzero e un salvavita Beghelli e non vede l´ora di dimostrare la sua abilitá manuale.

In cucina biscotti, patatine, salatini restano in attesa che la fame chimica si scateni, sempre che per placarla qualcuno non decida di fare un salto al piú vicino kebabbaro, che resta in paziente attesa di frotte di giovani alticci in cerca di qualcosa di grosso e grasso per poter passare alla fase due della serata. Anche per questo, ad Halle c´é un punto di passaggio obbligato: il "Don´t worry, be curry", un cubicolo in posizione strategica che in piena notte sforna wurstel, salsicce, patatine e, mi riferiscono, perfino pasta e forse lasagne. Provare per credere, sotto agli audaci.

Oltre alle birre, incontrastate regine della serata, ogni WG Party prevede una buona dose di altri alcolici, tutti facilitatori della socializzazione in quest´impervie lande dove da sobri si tende a incagliarsi in disquisizioni sul tempo atmosferico o, se va bene, a cercare di indovinare da dove viene chi parla la tua lingua dimenticandosi puntualmente i prefissi dei verbi. (Il mio preferito resta: "sei per forza del Liechtenstein!).



La mia ultima scoperta in tema di alcool sono stati gli "alkoholische Götterspeise", "il cibo degli dei alcolico". Con un nome cosí, mi aspettavo ambrosia, latte e miele con un tocco di vodka. Ma i teutoni sono un popolo piú prosaico, e sotto a tal invitante etichetta si cela nientemeno che della gelatina alcolica. Difatti questi bicchierini verde ramarro o rosso fuoco sono conosciuti anche come "Wackelpudding", budino tremolante. Trattasi di polverina gelificante preparata con liquori (Waldmeister o Himbeer vanno per la maggiore) anziché con acqua, servita in bicchierini da shot. Per i numerosi vegertariani e vegani esiste la versione senza derivati animali, cosí da poter ingollare la massa viscidoalcolica senza sensi di colpa. Si possono comprare giá fatti al supermercato, ma prepararli insieme ai coinquilini é un´attivitá che forgia lo spirito di convivenza.

Convivenza che viene messa alla prova del nove quando si tratta di gestire il dopo party. Alle volte tocca letteralmente buttar fuori chi di tornare a casa sua non ne vuole sapere (a meno che abbia il beneplacito di uno dei coinquilini, che lo ospita in camera sua), altre fare i conti con qualche bicchiere caduto per terra, sempre si tratta di pulire, pulire e ancora pulire per rendere l´appartamento di nuovo abitabile e vivibile dopo la sua notte da leone.

 Ma "es ist die Mühe wert", e uno dei modi migliori per cercare di entrare in un circuito sociale che per altre vie puó risultare arduo. 

venerdì 6 dicembre 2013

Un grasso San Nicóla



Il mio collega barese oggi festeggia San Nicóla, con la O stretta. Come quando io orobicamente pronuncio fóto e móto e tópo, con gran diletto del resto dei lombardofoni. Ma Nikolaus é anche il Babbo Natale di mezza Europa centrale, Germania inclusa. Dopo avermi mostrato la nuova uniforme del Bari calcio, che orgogliosamente sfoggia (infausta assonanza con l´altra provincia) un San Nicola, bello abbronzato come da tradizione, il collega in questione mi ha anche narrato della lotta con i veneziani per la conquista delle preziose reliquie.


Il Nikolaus teutone, invece, é il classico uomo fuori forma e barbuto, che in tutti gli uffici della Repubblica Federale si manifesta sotto forma di cioccolatinii e piccoli presenti, segno inequivocabile del Natale alle porte. Quest´anno la furia (da queste parti mitigata) dell´uragano Xaver ha portato anche qualche spruzzo di neve e la fatale chiusura dei Weihnachtsmärkte.

Anche qui, nella mesta Halle, dalla prima di avvento il mercatino di Natale é il cuore pulsante della vita cittadina, che per qualche settimana ha un´imprevista impennata sociale. Ci si incontra sempre sotto la statua del buon Händel, ma fino al Nuovo Anno lo si fará per mangiarsi mandorle caramellate, salmone affumicato o un panino con fegato e cipolla. Io preferisco assaggiare democraticamente le varie bevande antifreddo, tutte servite in tazze da colazione con renne e fiocchi di neve e relativo Pfand: Glühwein (vin brulé) in mille varianti (rosso, bianco, ai frutti di bosco), grog, punsch, Feuerzangebowle. Ci si appoggia a degli spartani stand in legno, cercando di stringere la tazza fumante con tutte le proprie forze, vista la temperatura e il vento impietoso. 

Ed é allora che le barriere fra quartieri cadono, frantumate dal rito natalizio: ogni anno il pellegrinaggio per accaparrarsi la lanterna a stella, le figurine in legno del presepio, i libri in baratto raccoglie tutti gli hallensi. Non importa che vengano da Haneu, omofona di Hanoi in Vietnam, ovvero Halle-Neustadt, il sinistro quartiere DDR di soli Plattenbauten, o dal Paulusviertel, bolla di Hallensi per caso, venuti da un po´tutto il mondo per i vari centri di ricerca, o che siano- come me- Glachauer-Adliger, i borghesi della zona sud, che si davano arie da nobili ma restavano pur sempre artigiani. Chi capitasse per caso nella cittadina universitaria della Sassonia-Anhalt in questi giorni, avrebbe uno spaccato di buon vicinato, di dialetto dell´Est che si mischia a cinese, spagnolo e russo fra un brindisi (e vai di Puglia) e l´altro.

Ma, appunto, ieri le luminarie occhieggiavano flebili e tristi sulla piazza semideserta, i pentoloni vuoti e i faló spenti, i tram titubanti sotto i colpi di Xaver. Dal canto mio, ho rinforzato le difese immunitarie puntando al solito rotolo di grasso supplementare per l´inverno, sgranocchiando anche qualche Plätzchen, i biscotti che qui, d´obbligo, si impastano in compagnia e ci si regala a vicenda: stelline alla cannella, cornetti alla vaniglia, palline al cocco. 

E stamattina, al risveglio, Nikolaus si era ricordato anche di me, nonosante io resti fedele a Santa Lucia e a Babbo Natale. Mi ha regalato, difatti, la perla linguistica di questo, altrimenti, infausto 2013, l´espressione che meglio connota la mia relazione con il tedesco e, in generale, con le lingue tutte e la comunicazione.

„Ins Fettnäpfchen treten“.


Inciampare nelle ciotole del grasso. La traduzione piú immediata che mi sovviene é, al solito, non esattamente da manuale della Crusca, ma „fare una brutta figura“ non é proprio azzeccato. Ci si riferisce alle ciotole col grasso che si mettevano, un tempo, vicino alla stufa, per pulirsi gli stivali. Oppure, ancora, a quelle dove si raccoglieva il grasso che colava da salumi e salsicce appesi in casa. Un ospite inavveduto ci sarebbe inciampato di sicuro, cosí come chi si lancia parlando lingue non sue e ha una certa predisposizione ad errori imbarazzanti, punta dritto ad una figura di …beh, avete capito, merda.

Adesso che lo so, potró archiviare le mie innumerevoli uscite imbarazzanti in germanicus sotto un´etichetta appropriata. In attesa di arricchirlo di nuovi aneddoti, del resto un po´di grasso unge bene contro il freddo e le avversitá della vita

Vediamo come risponderá la buona, vecchia, cara, orobica Santa Lucia.