mercoledì 30 settembre 2015

Happyfanie

Genio e sregolatezza, amara nostalgia e irriverente ironia, panni sciaquati in Arno e polenta e pica sö, i suoi cerchi alla testa e i tanti colpi alla botte. Il fil rouge del libro di davide "il rosso" (di pelo e, si vocifera, anche di cuore) parte dai suoi risvegli quotidiani in un paesello della Bassa Bergamasca e si snoda fra rotonde prese male, gite fuoriporta á la piero angela, compulsivo zapping serale alla ricerca di un Silvio che (forse) non c' é piú. Poi si crogiola come un gatto nel paese delle meraviglie dei banchi di scuola, cui sorride sornione acciambellato sulla cattedra, ma che, in barba agli 'anta alle porte, sente ancora un po' come la cesta dove trovar rifugio. Rosso come il drappo del torero, da "happyfanie" non riuscirete piú ad alzar lo sguardo, e finirete trafitti da sagaci frecciatine semiserie, come nemmeno i messaggi dei Baci Perugina.

<!-- ilmiolibro.it minireader --><div id="minireader-1442133941323"><a title="Happyfanie - Davide Ferrari" href="http://reader.ilmiolibro.kataweb.it/v/1156151/#!" style="margin: 12px auto 6px auto; font-family: Helvetica,Arial,Sans-serif; font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 12px; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; -x-system-font: none; display: block; text-decoration: underline;">Happyfanie - Davide Ferrari</a><iframe class="minireader_iframe_embed" src="http://reader.ilmiolibro.kataweb.it/static/resources/minireader/reader.html?bookId=1156151&start=1" data-auto-height="true" data-aspect-ratio="0.6802325581395349" scrolling="no" width="300" height="600" frameborder="0"></iframe></div><script type="text/javascript">(function() { var scr = document.createElement("script"); scr.type = "text/javascript"; scr.async = true; scr.src = "http://reader.ilmiolibro.kataweb.it/static/resources/minireader/inject.js"; var s = document.getElementsByTagName("script")[0]; s.parentNode.insertBefore(scr, s); })();</script><!-- ilmiolibro.it minireader end -->

martedì 1 settembre 2015

Di scivoloni linguistici


Volksetymologie o, piú nostranamente, paraetimologia, é l‘altisonante termine tecnico con cui si designano i tentativi di dar significato ad una parola sconosciuta ricorrendo alle conoscenze che giá si hanno. Per quanto mi riguarda, quando mi metto a scrivere (o dovrei dire digitare?) in tedesco, significa compitare correttamente quanto appreso per tramite delle orecchie, spesso ingannevoli e malandrine Di solito basta il correttore automatico di Word per evitarmi il busillis, celeberrimo progenitore degli erroracci (in diebus illis, bisogna ammetterlo, il T9 non ce l’avevano). 

Ma, alle volte, illusa di saper ormai padroneggiare gli arcani della teutone lingua, mi avventuro impavida a scrivere mail ed sms senza dar ascolto alle sagge precauzioni dell’era digitale. E finisce, spesso, che scrivo cose che rispondono a quanto udito alle mie orecchie, e soddisfano anche i miei occhi, ma non il criterio di correttezza. 
Qui un elenco casuale (e sicuramente parziale): 

-         - Strebergarten al posto di Schrebergarten:
trattasi di piccoli giardini (o Kleingärten) raggruppati in una area detta “Kolonie”, i cui proprietari vivono in abitazioni separate, non attigue. Sono usati come zona di ricreazione, convivialità e pratica del pollice verde. Ora, il termine corretto è “giardino di Schreber”, dal nome del presunto inventore (anche se la paternitá è incerta). Nel mio cervello, tuttavia, il quasi omofono “Streber” ci sta benissimo: Streber è il “secchione”, colui che si sforza, ergo per me si tratta dei giardini dove chi di solito lavora di schermo e tastiera si rifugia in una novella unione col sublime della natura. Mi sbagliavo, ma l´idea continua a piacermi, e si sa mai che la proponga all´accademia della crusca tedesca;

-          Tunhalle al posto di Turnhalle
    la palestra. “Turnen”, a mia insaputa, è il verbo specifico del “fare sport in palestra”. Adesso che ve l´ho svelato, il gioco è fatto. Ma per me, anche “la halle dove si fa”, derivato da “tun”=fare, non faceva un(a) piega(mento);

-          Schweinachse al posto di Schweinhaxe: anche qui, se sapete che “Haxe” è lo stinco, come chiamare uno dei fiori alll’occhielllo della gastornomia bavarese risulta un gioco da ragazzi. Io l’ho sempre chiamato “l´asse di maiale”, che se ci si aggiunge una infida L in fondo, diventa l’ascella di maiale. E non sono sicura che anche quella non sia molto gradita da queste parti;

-          Kickererbsen al posto di Kichererbsen: i ceci, che io mangio alla turca come snack , ricoperti di cioccolato. Ebbene, la corretta grafia ricalca l’originale latino “cicer”, che da queste parti pronunciano “zizer” (avete mai sentito parlare di Marco Tullio Zizero?) oppure “kiker”. Io ci ho messo del mio e li ho ribattezzati i piselli (erbsen) del calciatore (kicker);

-          Brüste al posto di Bürste
    esistono tutti  e due, il primo significa seni (il plurale di Brust), il secondo spazzola o spazzolino. Ecco, io mi sono proclamata soddisfatta poiché l’igienista dentale mi ha pulito i denti con “Brüste” e non piú coi malefici laser. Il problema é stato poi spiegare ad un crucco la storia della Minetti.

venerdì 15 maggio 2015

Veritá



Nella miglior tradizione umanistica, é giusto condividere qualunque illuminazione personale affinché chiunque possa goderne. Novella Buddha dell´era mediatica, ho raggiunto la pace dei sensi, io so. 

Come sempre, c´è stata la ribellione alla morale paterna, la fuga, i ripensamenti, per infine approdare alla Veritá lá dove sempre se ne era stata, sorniona come un gatto davanti al focolare. 

Ebbene, nella vita due cose contano: grana et amor patrio. 

Mi son serviti svariati lustri, ma ormai ho in mane la chiave dell´enigma: non di pecunia qui si parla, bensí è una sottigliezza d´articolo. Lo ripeto sempre a chi vuole studiare l´italiano, che cosí come la triade malefica “der-die-das”, cosí “il-lo-la-i-gli-le” sono ostacoli da imparare a dribblare presto. 

Chiaramente per essere felici nella vita serve IL grana: anche la pasta piú scotta, dove il coinquilino di turno ha infilato a tradimento ketchup perché “tanto è rosso”, con una grattatina di grana diventa mangiabile. O il risotto fatto col Milchreis che scuoce appena a contatto col calore. Oh ingrediente alchemico, oh falange di Mida! Sei riuscito persino, oh grana, a farmi inchinare davanti al pagano idolo asparago, che senza di te altro non è che un gommoso gambo dalla forma irriverente.  ma tu ben sai il mio fedele monoteismo caseario, quando pecco di Quark o di cremette spalmabili é solo per stringente necessitá, mentre anelo alla Tua inarrivabile purezza!

Quanto al secondo elemento del binomio, mi par chiaro: è “padano”. E come non amare le piatte, nebbiose, provincialissime lande natie, se non per aver dato i natali (piú o meno) a questo oro biancastro? Con buona pace di Salvini, ora e sempre ribadisco: è l´unico padano che vogliamo. 




Di Re Mida casearia falange
d´ogni pietanza fa´gran portento
bianc´oro che´l core mio piange
ti cerco in ogni compartimento.
Alchemico Graal d'ogni espatriato:
sempre tu e tu solo sia lodato

giovedì 14 maggio 2015











ODE OF THE PHD STUDENT

"You radiate such a candid grace
For hours on you lingers my gaze
Desire of conquest devours me alive
And yet for every line i have to strive
You flicker empty and white
Contemptuous of all my fight
My love for you, oh white page
Is my sweet golden cage,
everyday i renew my tender vow
and yet to write i don´t know how
because merciless, white you remain
till my strength starts to wane.
My keyboard knows my tears
And my friends my daily fears,
will you one day to me subdue
and let me write all I am due?
You are the queen of contempt
And I, your slave, of failed attempt"

Yours
Miriam

lunedì 5 gennaio 2015

Un buon anno in Crucchia


Aggirandomi per la rete, mi sono imbattuta in questo augurio per il 2015 e non ho potuto esimermi da un´ennesima indagine etimologica da poltrona a suon di click.




Null-acht-fünfzehn” o 08/15 è un´espressione che sta per “niente di speciale, piuttosto scialbo”.

Niente cabala, c´entra la MG 08/15, una mitragliatrice di conio crucco; e 8 e 15 altro non sono che gli estremi del suo compleanno: nata nel 1908 e modificata nel 1915, a quanto pare migliorandone l´efficienza,  ma peggiorandone il materiale. Insomma, niente di particolarmente sfavillante. 

Come è noto, poi, l´unitá nazionale si raggiunge spesso anche a colpi di arma da fuoco, e la MG 08/15 è stata la prima a prodursi su scala federale, diventando l´equipaggiamento base per i soldati tedeschi, a differenza delle precedenti forniture diversificate su scala regionale. Da qui la connotazione di qualcosa di uniforme, magari pratico, ma non attento alle esigenze dei singoli.

Se aggiungete che l´arma era quella con cui i soldati tedeschi regolarmente dovevano allenarsi, ecco sviscerato il singolare modo di dire, che rimanda ad un´idea di routine noiosa.

Non resta che augurarsi di scampare a questa combinazione numerica, sperando di esser tutti ben "scivolati" (come da augurio crucco, "Guten Rutsch") nel 2015.E, come si sa, un click tira l´altro, per cui ecco che ci si chiede perché mai i tedeschi vogliano scivolare nell´anno nuovo: niente a che vedere con tonfi dovuti a ghiaccio e neve, ma nemmeno l´etimologia pare vederci troppo chiaro su questa espressione. A voi scegliere se preferite seguire la pista ashkenazita "rosch", che significherebbe"principio, inizio"; oppure lo slittamento (é il caso di dirlo) lessicale da "Reise", viaggio.

Tuttavia, in riferimento al clima di norma poco clemente di fine d´anno, resta il modo di dire "Silvester Wind und warme Sunnen, wirft jede Hofnnung in den Brunnen!", ovvero se a Capodanno c´é bello, con sole e vento, ogni speranza é vana.
 Per chi é espatriato in Länder dove si festeggia l´Epifania, non ci si stupisca se all´improvviso sulle porte di mezza cittá compaiono le lettere C+M+B: stanno per "Christus Mansionem Benedicat" e segnalano che gli abitanti hanno dato un obolo o qualche frutto ai bambini che li raccolgono per beneficenza. Del resto, i magi si chiamavano Caspar, Melchior und Balthasar, e i bambini in processione li ricordano con copricapi e mantelli. 

giovedì 18 dicembre 2014

di tartarughe



Vittima di un´ondata di fancazzismo piú pervicace del solito, in questi giorni zompetto qua e lá per il web e leggo una serie di schermaglie tra “expats” e “non expats”. 

Chi parte e molla il suo Paese é un codardo; chi non parte e resta dove é nato é un codardo; chi dichiara di non avere nostalgia di casa é un bugiardo; chi resta non ha diritto di giudicare chi parte Ci sono gli expats che sostengono di schivare sistematicamente I compaesani per non rischiare di compromettere il loro processo di “going native”; e quelli che non lasciano l´Italia e si inalberano se partono fuoch incrociati contro le patrie elezioni dai social network degli expats.

Mah.

Semplicemente, non potremmo essere liberi di stare od andare, fermarci, ripartire, ripensarci, senza dover sempre e per forza giustificare una mossa? Ci pensano  comunque confini, scartoffie  e circostanze varie ed eventuali a randere l´una o l´altra opzione non cosí semplice come potrebbe essere in un mondo ideale. 

Io mi dico che se fossi restata dove sono casualmente venuta al mondo, forse ieri non avrei sputato la torta ai fagioli rossi dell´amica cinese, non avrei cominciato a biascicare in un pidgin che neanche io capisco e nemmno mi sarei ritrovata esperta consulente gastronomica. O magari anche sí, chissá. 

Il fatto di essere partita non mi rende né piú audace né piú egoista di altri, o almeno cosí la vedo io. Certo che quando torno riempio lo zainetto del bagaglio a mano con grana padano e merendine Mulino Bianco, e anche io a secondo delle lune e del personaggio che voglio inscenare mi lusingo o mi irrito se mi scambiano per una crucca. A casa tutto ha un sapore piú buono e le persone sorridono di piú;  a casa tutto funziona peggio e le persone cercano di fotterti appena ti giri; a casa mangiano salsicce pallide per colazione e la mia squadra ha vinto la Coppa del Mondo. 


Cos´é “casa”, se non il guscio di affetti, abitudini, preferenze della tartaruga che siamo, ognuno a velocitá diverse, chi si muove per terra, chi per mare e chi proprio non si muove? 

E alura?
E alura a ´l sares po a ura de metes a dré.

Mi sa che tocca fare la casalinga, qui come lí: la festicciola di compleanno sino-italica di ieri ha lasciato piatti e bicchieri da lavare e la lista dei to do giace sempre e comunque inevasa sul tavolo.
Mi riprometto di confidare I miei voi pindarici al primo orecchio paziente stasera, mentre si berrá cognac kirghizo e acqua calda á la chinoise, sgranocchiando succulent tocchetti di tofu oleoso e Kartoffelnsalat, imprecando perhcé i figli dei colleghi frignano contemporaneamente in russo, arabo, mongolo e dialetto sassone. 

Tutto va bene, purché  F., la cinese, riproponendo la sua fantomatica torta di mele, si ricordi che sostituire lo zucchero col sale non é una buona idea, anche se a loro ci piace poco dolce.

lunedì 13 ottobre 2014

La Cina é vicina



We are qi mates” R. ripete sorridendo mentre sorbisce una zuppa ai semi di fior di loto. Io cerco di dissimulare una certa perplessitá: la zuppa è gelatinosa e di un gusto zuccherino che le mie papille non riescono a decifrare ed apprezzare.

Il “qi” per me era, fino a poco tempo fa, l´acronimo di "quoziente intellettiv"o, adesso so che  ha a che fare con quella che i tedeschi- credo- chiamerebbero l´Austrahlung: una specie di aurea che ognuno di noi ha,che traspare dai gesti, dalle parole, dalle espressioni. R. disquisisce animatamente con D. e S. per descrivere accuratamente il mio qi, io sorrido sperando di lasciar trapelare la parte migliore della mia "energia vitale".

Siamo a cena tutti insieme, tre cinesi che vengono da cittá distanti 3.000 km fra loro, un tedesco di genitori turchi, una messicana e una italiana che parlano cinese e me. Io non capisco una parola, e proprio per questo quanto mi spiegano che esiste un´espressione per indicare la “linea bianca del chicco di riso” (bai wu), qualcosa dentro di me sorride, di un sorriso profondo che un tempo avrei pensato provenire dall´anima. Forse è il mio qi, quel respiro che fa di me quel che sono, che si allarga di gioia. La comunicazione stasera è ardua: ogni mio senso è all´erta, proteso a cogliere le espressioni dei visi,  una parola fra mille che mi ricorda qualcosa di noto (“Italii” oppure il mio nome), i gesti. Intanto D. e S. esaminano i chicci di riso Carnaroli che non han mai visto prima, mentre R. mi spiega che in antico cinese ben 7 diverse parole traducevano "riso", a secondo dello stadio di cottura. Il mio qi, allora, trova molto appropriato e calzante manifestarsi in "riso", visto che dai noi significa anche ridere, e mostro tutti i miei 31 denti permanenti e quello da latte che rimane.

Non so se il qi possa assumere diversi stati, ma mi piace pensare che un po´sia cristallizzato nelle lacrime involontarie che mi causa l´eccesso di spezie. Non ho idea di quali abbia usato R. per condire il pollo con le noccioline o l´insalata coi funghi “orecchia di maiale”, tantomeno per rendere il tofu, che quando cucino io sa di plastica viscida, una leccornia che ci disputiamo a tavola.

Ogni cinque minuti qualcuno versa della birra e brinda, possibilmente con un piccolo inchino e poi bevendo alla goccia. Spesso mi lasciando il fondo della bottiglia, pare porti ricchezza nonostante il saporaccio. Riesco ad intrufolarmi ogni tanto in qualche discorso, ricorro a tutto il mio repertorio di gestualità e provo a ripetere quello che sento con effetti sempre distorti. Colgo un “nigga is fat” che non può essere tale, ma perlomeno mi ricordo che “nigga” è una specie di “praticamente”, non ha un vero significato e lo si infila spesso mentre si parla, poi mi sembra di udire “pizza” e riesco ad accordarmi per mangiarcene una insieme. Pare che in Cina servano tutt´altra pizza. Del resto le mie fauci triturano con gran gaudio piatti del Sud Est del Paese che non ho mai nemmeno adocchiato nei ristoranti cinesi bazzicati in mezza Europa. 

R., che non è cinese ma della Cina ha fatto una sorta di patria d´adozione e di studio, pazientemente fa da tramite e cosí l´altra R., la mia compagna d´ufficio dello Yunnan.  Come un bambino goffo tento ripetutamente di usare le bacchette, osservando di sottecchi i miei vicini che con ritmo incalzante si spazzolano tocchetti di carne e tofu, ma finisco per spargere cibo tutti intorno e ad avere un indice indolenzito. Sono un po´ sfigata, forse, o “pelo pubico”(diao si), come tradurrebbero loro. Mi rassegno ad usare forchetta e cucchiaio, consolandomi perché forse potrei figurare come comparsa esotica e caricaturale in un video di Jay Chou, idolo rap di cui ascolto in loop un pezzo che fa la parodia della corruzione degli eunuchi alla corte imperiale che fu.

Giá, la Cina che fu, la Cina che é, e soprattutto e sempre di piú, la Cina che sará. Cosa ne so io, storica della mutua, giovane dalle aspirazioni internazionaliste della Cina? Bah, un paio di paragrafi sulla rivolta die Boxeur, un compartimento stagno e stagnante delle mie nozioni targato “Guerre dell´Oppio”  e la faccia di Mao. Quando si rammenta Tien An Men fingo di saperla lunga, ma per me è una definizione presa da Wikipedia o poco piú. Poi tanti titoli di giornale: la Cina mai quanto ora è vicina. Tutti i bar del mio paesello natale e di quelli accanto sono stati rilevati da cinesi, una schiera laboriosa e silenziosa, e ogni volta che torno c´è un negozio di vestiti in piú. Le solite cianfrusaglie cinesi, paccottiglia a poco prezzo, già mi vedo un esercito di operai sfruttati che dorme nel sottosuolo delle nostre cittá, rubando lavoro e immettendo sul mercato merce non conforme ai mille marchi che abbiamo. Intanto R. compra all´ingrosso, qui ad Halle, latte in polvere di produzione tedesca “perché in Cina non ci fidiamo del nostro, la mia famiglia preferisce spendere per la spedizione”.  Intanto la commessa di Max Moda, in provincia di Bergamo, carina e sorridente, cerca di convincermi che la giacca mi sta a pennello, nonostante le loro XL mi strappino sempre spergiuri di mettermi a dieta e ammazzarmi di palestra. 

Nel tema della mia tesi mi imbatto ogni tanto in eruditi olandesi, tedeschi, francesi, inglesi che per la prima volta scoprono la Cina. Non si muovono dal loro studiolo nel Vecchio Continente, se non per un pellegrinaggio culturale a Parigi, Roma e Lipsia, i piú temerari anche a Londra. Il ´600 ha dato il colpo di grazia alle speranze di unità della Respublica Christiana, guarda inconsapevole al ´700 e le sue promesse di Lumi. Grazie alla stampa, gli ugonotti in fuga dalla Francia si reinventano letterati e nelle lettere che scambiano assiduamente con mezza Europa costruiscono la Repubblica delle Lettere, mentre il volgo muore di peste a Napoli o decapita un re in  Inghilterra. Se ne stanno lí, i miei cari eruditi, e dai confini del Creato trapela notizia di documenti tanto antichi da mettere in dubbio i calcoli fatti Bibbia alla mano sull´età del mondo. Montaigne leggendo i resoconti di avventurieri e missionari, scopriva che in Cina non si usavano fazzoletti, e passava per scettico immaginando che, forse, ai Cinesi sarebbe parso strano che in Europa il muco si conservasse gelosamente in preziosi straccetti di seta, magari pure adornati di iniziali.

Io, prodotto della generazione RyanAir, ho a malapena superato i confini del mio piccolo, beneamato angolino di mondo, quella frazione di mappamondo che cerca di unirsi sotto l´egida di una bandiera stellata e ha Stati sedicenti nazionali che si trovano solo zoomando su Google Maps. Sorrido ancora, quando vedo la pubblicità di un ristorante di cucina tipica italiana di Pechino sfoggiare una bionda in dirndl con un boccale di birra e un pretzel in mano. Eppure, beh eppure se chiedessero a me di buttar giú uno slogan per qualcosa di cinesi, potrei solo far lo schizzo di qualcuno con gli occhi a mandorla e un capello a punta che accarezza un panda.

I cinesi, in fondo, non sono poi creature cosí malefiche. E non sono  neanche così simili fra loro. Tutti quelli che incontrato qui, addirittura, sono desiderosi di comunicare e condividere.  “Mare Orientale” e “Albero in Piedi”- potrebbero essere compari di Toro Seduto- li ho adescati per caso in un pomeriggio d´estate qua ad Halle. Nel computo delle teste, le nostre squadrette di calcio mancavano di uomini, e lí vicino giocavano “asiatici”. Da allora, la domenica abbiamo il nostro rito e ci incontriamo o meglio scontriamo, del resto per far goal non serve condividere una lingua. 

Finiti i piatti cinesi, A. ha portato un tipico dolce tedesco, un vero insulto alla linea: la torta della foresta nera, una montagna di panna, cioccolato e ciliegie. Ne avanza metá, ma mentre digito, R. vicino a me se ne sta divorando una porzione ragguardevole per pranzo, del resto nella cucina cinese dolce e salato non vanno necessariamente separati. Prima di andarmene, noto che D. scruta interessato il pacchetto di frollini portato dall ´Italia. Sono i miei preferiti, rustici con crema di riso, ogni volta che ne intingo uno mi dico che Proust con la sua madeleine c´aveva davvero azzeccato. Apro il pacchetto e gliene offro uno. Lo soppesa, lo rigira, dice “ah si si, mi piace”, ma sono convinta che non ne ha mai visto uno. Il solito pilota automatico della gentilezza cinese. Lo sbocconcella cauto, poi si illumina ed esclama “oh, good, good, very good. I like!”. Gli tendo il pacchetto e gli dico di portarselo a casa, lui salta indietro dicendo “noooo”. Lo convinco che torno in Italia fra poco, me ne procurerò altri, gli mostro il girovita e forse travisa e pensa sia incinta. Infine trotterella a casa tutto contento, mostra il trofeo  e mi viene tradotto che ha annunciato fiero che IO ho dato i frollini a LUI come regalo.

In quel gesto da nulla, nei frollini dell´Iper presi in offerta, penso ancora al secolo dei miei studi, al valore rituale del dono. La mia comunicazione con D. è al minimo, eppure suggelliamo un piccolo patto: la prossima volta berremo liquore cinese per digerire qualcosa di italiano. Non so ancora come cercherò di eguagliare la perizia ai fornelli dimostrata da R., ma confido nei tutorial onlin di Giallo Zafferano  e in qualche dritta materna. 

Tornando a casa, il mio qi è soddisfatto e contento: a pancia piena si sente meglio e si stiracchia, ma gli ci vuole davvero un nonnulla per piombare in un sonno profondo e speziato. 

Oggi, secondo R., sembro proprio un "panda contento":  快乐熊猫 .(kuai le xing mao)